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dei magistrati italiani. Tutela i valori costituzionali, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura.
    

22 febbraio 2015

Riunione CDC 22 febbraio 2015, relazione introduttiva Presidente Sabelli

Cari Colleghi,
la riunione di oggi del nostro Comitato direttivo è stata richiesta e convocata per le stesse ragioni e di fatto ha lo stesso oggetto di quella che si è tenuta lo scorso 20 dicembre: la riforma della responsabilità civile dei magistrati. Il fatto nuovo, per così dire, è l’imminenza del voto della Camera sul testo della legge ma soprattutto il fatto che quel testo si preannuncia identico a quello già approvato dal Senato, identico dunque a quello del quale abbiamo discusso a dicembre.
C’è chi giudica l’azione dell’ANM inefficace e accusa la Giunta di inerzia. Noi siamo aperti alle critiche motivate ma io spero che oggi non vorremo consumarci in polemiche sterili e vorremo invece ritrovarci insieme, nella necessità di un’azione condivisa, di fronte a riforme che intaccano le prerogative di tutti i magistrati. Mi limito soltanto a ricordare le iniziative degli ultimi tre mesi: l'assemblea generale del 9 novembre, l'incontro col ministro della Giustizia del 3 dicembre, la riunione del Comitato Intermagistrature del 4 dicembre, l'audizione alla Camera del 10 dicembre, la riunione del CDC del 20 dicembre, la conferenza stampa della Giunta del 16 gennaio, la giornata per la giustizia del 17 gennaio, le conferenze stampa in sede distrettuale del 24 gennaio, oltre a innumerevoli dichiarazioni e interviste alla stampa e incontri in ogni sede istituzionale, ministeriale e parlamentare. A queste si aggiungono le altre iniziative che abbiamo organizzato in questi tre anni, troppe per ricordarle tutte. Abbiamo comunque preparato un dossier, che contiene tutti gli articoli e i lanci di agenzia – ai quali si dovrebbe aggiungere la partecipazione a programmi televisivi e radiofonici – che danno conto dell’attenzione forte e costante che l’ANM ha dedicato al tema della responsabilità civile dei magistrati.
Ricordo questo nostro impegno non perché mi interessi ribattere a critiche che i fatti dimostrano essere infondate, ma perché la martellante svalutazione del ruolo e dell’azione della nostra Associazione rischia di alimentare nei colleghi una sfiducia ingiustificata, in un momento in cui invece occorre reagire con compattezza e con determinazione, nel solco della tradizione ideale, della storia e dell’identità della magistratura associata.
Non vorrei oggi dilungarmi in un esame critico della riforma della responsabilità civile dei magistrati, che trovate nella relazione redatta dalla Giunta in collaborazione con Luisa De Renzis, relazione che abbiamo già pubblicato e illustrato davanti alla Commissione Giustizia della Camera in occasione dell’audizione del 10 dicembre. I problemi principali, del resto, sono ben noti: anzitutto, l’abolizione del filtro di ammissibilità, previsto dall’attuale art. 5 della legge Vassalli, abolizione sostenuta in modo tanto determinato quanto irragionevole, contro ogni evidenza e contro ogni buon senso. Inoltre, l’introduzione della nuova causa di responsabilità del “travisamento del fatto o delle prove”, la cui ambiguità caricherebbe sul giudice la tensione di una lettura costituzionalmente orientata e che purtroppo estende all’ambito civile quel che già costituisce almeno in parte causa di responsabilità disciplinare. Il disegno di riforma si accompagna a slogan non saprei dire se più banali, più falsi o più ipocriti: “chi sbaglia paga”, l’Europa lo vuole”, quando è ben noto che mai l’Europa ha invocato la riforma della responsabilità civile dei magistrati, che, anzi, vede in Italia una delle discipline più ampie e più severe.
Vi è però un altro aspetto, forse perfino peggiore degli effetti processuali che la riforma produrrà e delle sue illegittimità: è il valore simbolico che essa ha assunto e che non a caso ha trasformato il tema della responsabilità civile, da decenni a questa parte, in una battaglia contro la magistratura, una battaglia condotta per limitarne il ruolo, per intimidirla con la minaccia di azioni patrimoniali personali, giunta fino a intaccare elementari principi costituzionali, con la proposta di un’azione diretta, per ben due volte in passato approvata dalla Camera.
Oggi non discutiamo più di azione diretta ma non sottovaluto comunque i rischi di questa riforma. Sul merito del disegno di legge non credo di dovere aggiungere altro, perché penso che i nostri giudizi sulla qualità della riforma siano concordi.
Vorrei piuttosto soffermarmi sull’iter di quel testo, che è stato travagliato ed è forse sconosciuto a molti colleghi. Chi andrà a leggere sia la versione originaria del DDL Buemi sia gli emendamenti che erano stati presentati nel corso dell’esame in Senato, avrà la prova degli altri pericoli che vi si annidavano: non soltanto l’azione diretta, ma anche gravi limiti alla libera interpretazione della legge, l’introduzione del sindacato sulla motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, l’eliminazione del tetto massimo alla rivalsa, l’attribuzione della forza di giudicato, nel giudizio di rivalsa, della sentenza di condanna dello Stato anche in assenza di intervento volontario del magistrato. E mi limito solo ad alcune delle varie proposte. Negli incontri che abbiamo avuto col Ministro della giustizia nel corso dell’ultimo anno abbiamo denunciato con forza gli effetti disastrosi che quella riforma avrebbe prodotto, per tacere dei profili di illegittimità costituzionale. L’emendamento successivamente presentato dal Governo ha eliminato quelle previsioni ma, purtroppo, ha lasciato le due criticità che conosciamo. Aggiungo però, e lo rivendico come un altro risultato dell’azione della Giunta, che, se anche il testo della legge non è stato modificato, tuttavia la relazione all’aula che illustra la riforma accoglie le nostre osservazioni sulla nozione di “travisamento” e offre così un contributo di interpretazione autentica, adesivo alla tesi da noi sostenuta.
Nonostante questi interventi, la riforma resta sbagliata e sarà fonte di molte ricadute sull’esercizio della giurisdizione. I magistrati non vogliono tutelare se stessi. Noi non siamo un’oligarchia che pretende l’immunità di casta. Noi continueremo a svolgere la nostra funzione con la serenità di sempre e non cederemo alla tentazione dell’interpretazione conformista, delle scelte comode e della giurisprudenza difensiva, così come non abbiamo mai fatto scelte comode neanche quando è stata in gioco la nostra vita. Tuttavia, davanti a una legge che affollerà i tribunali di azioni strumentali, di processi sui processi, con cui la parte più forte potrà alterare i delicati equilibri che sottendono le regole del giudizio, occorre decidere le forme di una risposta che esprima lo sdegno della magistratura, che denunci i rischi della riforma e che al tempo stesso sia efficace. Sappiamo che alcuni di noi chiedono forme di protesta clamorose: astensione dalle attività di supplenza, astensione dalle udienze, sciopero. Sono richieste che riflettono il senso di indignazione e di offesa di una magistratura, che a fronte di un impegno individuale altissimo, vive per prima la sofferenza per un sistema la cui scarsa efficienza non riflette la misura di quell’impegno. Una magistratura che chiede risorse e riforme a una politica che risponde con leggi che dipingono i magistrati come fannulloni e come irresponsabili.
Condivido quell’indignazione e quell’offesa ma credo che uno sciopero non sarebbe una risposta efficace. Nel gennaio del 1948 Salvatore Satta osservò che non vi è “nulla di più malinconico della condizione di un magistrato del nostro tempo” e questo non a causa della disciplina del nostro stato giuridico ma per “l’assoluta indifferenza della società presente per la funzione della giustizia”. Sembrano parole scritte oggi. A suo dire, uno sciopero che i magistrati di allora avevano organizzato tempo prima non aveva “avuto più rilevanza d’uno sciopero di preti di una religione defunta”. Sono trascorsi settant’anni ma sono convinto che, anche nelle condizioni di oggi, uno sciopero, in qualsiasi forma realizzato, avrebbe il valore di una testimonianza disperata e impotente o, peggio ancora, al di là di ogni intenzione, sarebbe additato e percepito come la manifestazione di chiusura di una casta che difende un privilegio, di una corporazione rissosa e inaffidabile.
Noi crediamo invece che sia necessario reagire in forme che esprimano la nostra indignazione e il valore di una testimonianza efficace e, insieme, offrano ai colleghi, che a noi si affidano, il segno di condivisione e di sostegno. I limiti di natura costituzionale del disegno di legge sono già stati tracciati nella relazione che abbiamo presentato alla Camera: quei profili vanno ulteriormente studiati e approfonditi. Ugualmente, vanno approfonditi i margini di un’interpretazione corretta e costituzionalmente orientata delle nuove norme, che possa contenere gli effetti che verranno dall’instaurazione e dalla pendenza di cause strumentali, non più arginate dalla presenza del filtro, con rischi di inutile aggravio processuale e di insorgenza di mirate incompatibilità. Occorrerà fin da ora definire ulteriormente e senza incertezze i limiti della nozione di travisamento, perché l’azione di responsabilità non si trasformi nella replica degli atti di impugnazione, in una moltiplicazione pressoché infinita dei gradi di giudizio.
Continueremo a rappresentare i gravi limiti di una riforma, sostenuta con la forza del pregiudizio, contro ogni ragione ed evidenza. Dovremo farlo con uno stile e con parole semplici, con presenza costante e cogliendo ogni occasione pubblica. Se la legge sarà approvata, svolgeremo uno stretto monitoraggio sull’uso che si farà dell’azione civile e denunceremo con forza, in ogni forma e in ogni sede, gli abusi che ne verranno. I colleghi non saranno lasciati soli.
La magistratura non rifiuta le responsabilità ma chiede che siano assicurate condizioni di lavoro decorose: di tali condizioni, della misura insostenibile del nostro lavoro dovrà tenersi conto nella valutazione della nostra professionalità e della nostra responsabilità. Oggi, una responsabilità disciplinare, fatta valere fino ed oltre i limiti della colpa oggettiva, con sanzioni che sono uno stigma che non ammette alcuna riabilitazione; domani, una responsabilità civile, che sarà strumento nelle mani della parte più aggressiva e più dotata di forza economica.
In realtà, io credo che la riforma della responsabilità civile dei magistrati sia un riflesso, certo fra i più gravi, ma un riflesso della generale condizione che segna gli interventi in materia di giustizia. Gli slogan e le parole non possono riempire il vuoto lasciato dall’assenza di riforme efficaci, dalla prescrizione del reato alle regole del processo, dalla mancanza di personale e di risorse alle disfunzioni dell’organizzazione, da un’innovazione che arranca all’ufficio del giudice, che non c’è. E a fronte delle carenze del sistema, si vorrebbe ribaltare sui magistrati le colpe delle mancate riforme o delle riforme sbagliate, fino a mettere in discussione e a deprimere il nostro ruolo, il nostro stato giuridico e la funzione stessa della giurisdizione. Una giurisdizione sempre più mal intesa, sempre più letta e valutata in termini economici; una giurisdizione che si rischia di comprimere proprio nei suoi rapporti con l’economia, nella sua funzione di controllo di legalità, resa più delicata da squilibri economici e sociali che la crisi persistente ha reso più profondi. Una giurisdizione di cui oggi più che mai vanno difese l’imparzialità e la funzione di garanzia nella tutela dei diritti e nella realizzazione del principio di eguaglianza e di quella cultura di progresso sociale, che la nostra Costituzione accoglie e promuove.
Al Capo dello Stato, al quale abbiamo già chiesto udienza, noi vogliamo presentarci quali interpreti e custodi di questi valori. Perché questi sono i valori che noi difendiamo quando difendiamo le nostre prerogative, quando chiediamo che il magistrato non sia abbandonato alla solitudine delle proprie responsabilità, con leggi inadeguate, risorse insufficienti, cattiva organizzazione, carichi di lavoro insostenibili. Noi sappiamo che il principio di responsabilità è fondamento di una democrazia e nessuna legge saprà imporci responsabilità e doveri maggiori di quelli che ci impone la nostra coscienza ma non possiamo tollerare che col pretesto della responsabilità sia intaccata la nostra funzione; noi vogliano rispondere delle colpe nostre, quando ci sono, non di quelle degli altri.
Infine, l’Associazione, se vorrà proteggere la giurisdizione e al tempo stesso lo stato giuridico dei magistrati, che ne è condizione e strumento, dovrà difendere la forza degli ideali e il decoro e l’indipendenza della funzione giudiziaria, con determinazione e con dignità; dovrà continuare a essere custode dei valori della Costituzione e sostenere riforme coerenti con i principi dello Stato di diritto; dovrà, insomma, continuare a muoversi nel solco della propria identità, segnato dal nostro statuto e tracciato da più di un secolo di storia, ma con maggiore consapevolezza, oggi, della crescente complessità e necessità della sua funzione, che dovrà essere sempre più forte e più presente; l’Associazione dovrà sottrarsi ai rischi che potrebbero erodere il prestigio e il rispetto di cui gode e confinarla nei limiti angusti di una tutela di categoria; dovrà sottrarsi alle tentazioni e ai pericoli che potrebbero far scadere la magistratura e la magistratura associata nella credibilità che ha saputo conquistarsi e farla scivolare nella separatezza e impotenza di quella torre in cui altri vorrebbero rinchiuderla.
Vi ringrazio.



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