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30 gennaio 2016

Inaugurazione Anno Giudiziario, intervento del presidente Sabelli a Palermo


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Signor Presidente, Signor Ministro, Autorità, Avvocati, Colleghi

 

La nostra giustizia, purtroppo, è ancora in sofferenza: per la durata dei processi, per l'eccesso dei carichi, per la carenza di personale, per la qualità non sempre adeguata delle leggi. Va riconosciuto che, pur fra le incertezze, si colgono alcuni segnali: se, da un lato, molti uffici sono costretti a pesanti tagli dei servizi per la persistente e grave scarsità delle risorse, dall’altro, gli interventi sul personale voluti dal Ministro della giustizia sono un primo passo al quale altri dovranno seguire. A fronte della volontà di affrontare le criticità del settore civile e di quello carcerario o di riforme quali il reato di autoriciclaggio, che si attendeva da anni, la messa alla prova, la non punibilità per tenuità del fatto, da ultimo la depenalizzazione (per limitarmi solo a qualche esempio), riforme magari perfettibili ma che l'ANM sollecitava da tempo, assistiamo anche a timidezze (ad esempio in tema di prescrizione o di efficacia delle regole del processo) e a interventi affrettati o di propaganda: penso alla riforma della responsabilità civile dei magistrati, a quella della sospensione feriale, presentata come panacea dei ritardi della giustizia, o ai tempi troppo veloci della riduzione dell’età pensionabile, pure in sé condivisibile, iniziative che stanno puntualmente provocando quelle ricadute negative che avevamo ampiamente previsto.

Piuttosto, occorre intervenire con decisione sulle condizioni di lavoro che, come sottolineato anche dal primo presidente della Cassazione nella sua relazione inaugurale, vedono gli uffici giudiziari oberati da carichi di lavoro che restano elevatissimi, pur a fronte dei segnali incoraggianti resi possibili dall’alta produttività individuale. E’ un problema che investe gli uffici di merito, non meno che quelli di legittimità, e che, come ho già osservato in occasione del nostro Congresso dello scorso mese di ottobre, impone ulteriori, efficaci interventi normativi e organizzativi, perché la giustizia non degradi a gestione aziendalistica dei numeri e siano assicurate la qualità del servizio che rendiamo ai cittadini e la serenità dei magistrati, che, soli nella loro indipendenza, non possono essere lasciati soli anche nelle loro responsabilità.

Occorre dunque procedere con decisione sulla via della buona organizzazione e delle buone riforme, senza trascurare quanto esse incidano sulla fiducia che i cittadini ripongono nella giurisdizione.

La giurisdizione, però, è affidata anzitutto a noi magistrati e a noi compete esercitarla con onore e rispettarla, perché questo abbiamo giurato, perché la nostra legittimazione è nella nostra credibilità, perché ognuno di noi è custode del valore e del decoro della giustizia intera.

In questi anni, le indagini, da ultimo quelle della Procura di Caltanissetta, hanno portato alla luce, all'interno della magistratura, fatti che destano sconcerto e generano rischi di una grave delegittimazione. Quei fatti turbano e offendono i cittadini, i magistrati e quanti altri – collaboratori, personale di polizia, avvocati – in questi uffici fanno il loro dovere con impegno e con sacrificio. Tutto questo è inaccettabile.

Altri devono giudicare la rilevanza penale o disciplinare di quei fatti, noi dobbiamo ricordare che la questione morale è etica dei comportamenti e che noi magistrati dobbiamo pretendere da noi stessi più di quanto siamo tenuti a pretendere da coloro che noi giudichiamo. Lo dobbiamo ancor più quando il tema è il contrasto alla mafia: perché è un settore delicato e strategico e dunque qui lo scandalo è più grave, anche a fronte dell’impegno oggi di tanti e della memoria di coloro che non si sono risparmiati, fino al sacrificio della propria vita.

La questione morale – alla quale sarà dedicata la riunione del Comitato Direttivo Centrale del prossimo 13 febbraio – ha un significato che trascende gli illeciti penali o disciplinari e richiama la responsabilità di tutti i magistrati: essa coinvolge la deontologia, la trasparenza delle condotte, la capacità di esercitare quei controlli preventivi necessari a evitare ogni caduta o a coglierla sul nascere, senza disattenzioni o timidezze: e a fronte di quelle cadute, dobbiamo chiederci che cosa e perché non ha funzionato e porvi urgente rimedio.

Fondamentale è, al riguardo, la riflessione in corso sui doveri e sul ruolo di quanti ricoprono ruoli direttivi e semidirettivi. Se la giurisdizione e l'etica non si riducono a un fatto individuale ma vivono in una dimensione collettiva e sono sostenute da un lavoro condiviso e da un sentire comune, allora, come le responsabilità dei singoli offendono l’intera giurisdizione, così i meriti individuali la onorano. E dunque, a fronte di quelle responsabilità, non vanno dimenticati lo sforzo e la tensione della stragrande maggioranza dei colleghi: di quanti, anche con rischio personale, operano nel contrasto alle mafie, al pari di tutti coloro che, in ogni funzione, nel penale come nel civile, vivono quotidianamente un impegno a volte meno visibile ma di uguale valore, in quella unità di intenti che accomuna l’azione di tutti e che tanti risultati ha prodotto, contro una criminalità sanguinaria e feroce, come a fronte di ogni domanda di giustizia.

Rigorosa etica del dovere, valore del contributo di ciascuno, condivisione del lavoro e delle responsabilità, è anche la lezione che viene dall’esempio di coloro che ci hanno preceduto: di quanti hanno perso la vita e di quanti hanno dato comunque tutto se stessi. Un esempio che la magistratura italiana, nella sua stragrande maggioranza, qui a Palermo, in Sicilia, nel nostro Paese, quotidianamente rispetta e onora.

Vi ringrazio.
Rodolfo M. Sabelli, presidente ANM
Palermo, 30 gennaio 2016




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