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13 febbraio 2016

Riunione CDC del 13 febbraio 2016, relazione introduttiva del presidente Sabelli

Cari Colleghi,
La riunione di oggi segna di fatto la conclusione dell’attività del nostro CDC. Come sappiamo, non si tratta di una riunione formale e di commiato, perché oggi, benché sia imminente la scadenza del nostro mandato, ci troviamo insieme a discutere argomenti rilevanti e complessi.


Quanto, anzitutto, alla questione morale, il gruppo di lavoro ha elaborato alcune proposte, che intendono farsi carico, fra l’altro, di quelle distorsioni nell’affidamento e nella gestione degli incarichi di consulenza, di curatela e di amministrazione giudiziaria, che hanno dato luogo ad alcuni gravi episodi, attualmente oggetto di indagine penale e di accertamento disciplinare, attraverso la modifica del nostro statuto e del codice etico e il rafforzamento dei controlli preventivi e degli strumenti di intervento. Sono stati dunque elaborati alcuni documenti e sono state formulate alcune osservazioni critiche. Inviterei quindi i colleghi a illustrare le diverse posizioni emerse.


L’esito dei referendum, inoltre, ha imposto l’integrazione dell’ordine del giorno. Lascio a voi l’analisi del voto, io mi limito a rilevare l’entità della partecipazione e la prevalenza dei SI, pur con alcuni doverosi distinguo.


I consensi maggiori si sono concentrati sui quesiti relativi ai carichi di lavoro e alla sospensione dei termini nel periodo feriale. Con riguardo a quest’ultimo quesito, va detto che il principio finora osservato, secondo il quale il periodo feriale non determina la sospensione dei termini di deposito dei provvedimenti, è di origine giurisprudenziale. Occorre dunque chiedersi se quella regola possa e debba essere riconsiderata dalla stessa giurisprudenza alla luce della modifica della normativa sulla sospensione feriale e sulle ferie o se sia necessario un intervento legislativo. A me pare, comunque, che la questione dell’effettività delle ferie non si esaurisca nel tema specifico oggetto del quesito referendario. Ricordo che la nostra Giunta, fin dal primo parere espresso davanti alla Commissione Giustizia del Senato nel settembre 2014, oltre a osservare che la riduzione delle ferie avrebbe provocato problemi organizzativi maggiori dei presunti benefici che si pretendeva di ricavarne (previsione dimostratasi esatta), chiarì che “il godimento delle ferie, ridotto alla misura minima di trenta giorni”, sarebbe dovuto “essere effettivo”. Qualunque sia la conclusione alla quale si pervenga circa il problema della sospensione dei termini nel periodo feriale, osservo che spetta comunque al CSM dettare una disciplina uniforme e chiara, che assicuri a tutti i magistrati l’effettività delle ferie, risolvendo le disparità di trattamento e i problemi che si sono verificati nell’estate 2015.


Quanto al tema dei carichi, esso è da anni oggetto di attenzione da parte dell’ANM e del CSM, anche alla luce di specifici interventi normativi (mi riferisco all’art. 11 D. Lgs. 160/2006 e all’art. 37 del DL 98/2011), senza però che sia stata finora individuata una soluzione definitiva. Dei carichi ci siamo occupati ripetutamente nel corso di questo quadriennio: ad esempio, in occasione del nostro convegno del maggio 2013, dedicato alla materia disciplinare; nella riunione del direttivo del 22 febbraio 2015, quando, a fronte della riforma della responsabilità civile, invocammo “condizioni di lavoro decorose” e osservammo che “di tali condizioni, della misura insostenibile del nostro lavoro dovrà tenersi conto nella valutazione della nostra professionalità e della nostra responsabilità”. Dei carichi di lavoro si è parlato in occasione dei congressi, da ultimo lo scorso ottobre a Bari. Soprattutto, vorrei ricordare come la questione sia stata affrontata nella delibera approvata dall’assemblea generale del 19 aprile 2015, con la quale chiedemmo “al Consiglio Superiore l’adozione di tutti i provvedimenti necessari, incluse le necessarie modifiche alla normativa secondaria sui programmi di gestione  ex art. 37 d.l. 98/2011, affinché, nella programmazione dei carichi di lavoro, si tenga conto dei livelli di servizio che è possibile garantire in concreto negli uffici, anche con l’individuazione di numeri di processi che sia possibile celebrare per ogni udienza, in un quadro di priorità deliberate a livello centrale e locale.” Ancora, il tema dei carichi di lavoro è stato richiamato nella mozione finale del Congresso nazionale di Bari, quando abbiamo chiesto che “il tema dei carichi di lavoro, sproporzionati rispetto alle capacità di assorbimento degli uffici e origine di disfunzione in quanto di entità tra le più alte in Europa”, venisse affrontato in termini sia quantitativi che qualitativi, al fine di assicurare “da un lato la qualità del servizio che si rende ai cittadini, dall’altro un esercizio sereno e dignitoso della giurisdizione”.


Dunque, non si può affatto parlare di sottovalutazione e di inerzia dell’ANM su questo tema. Non vi è dubbio che il voto referendario sia anche l’espressione di un grave malessere, che tutti noi magistrati viviamo e che ritengo sia condiviso anche da chi ha ritenuto di astenersi dal voto o ha votato in senso negativo; è un malessere che si fonda su una situazione di oggettivo sovraccarico: di ciò dobbiamo tenere conto noi e deve tenere conto, soprattutto, il CSM, che è chiamato a regolare la materia. I gruppi associativi condividono l’esigenza di fondo ma, quanto ad impostazione e soluzione del problema, hanno elaborato idee diverse. Del resto, il quesito referendario, laddove invoca l’individuazione dei carichi esigibili, “da intendersi come misura, determinata in cifra secca (…) del lavoro sostenibile dal magistrato in funzione degli obiettivi di adeguata quantità e qualità del lavoro giudiziario”, ricorre in realtà ad una semplificazione, dovendosi poi tenere conto, fra l’altro, dell’estrema varietà delle funzioni esercitate e delle soluzioni organizzative esistenti sul territorio; per non dire del problema della concreta individuazione dei limiti di sostenibilità dei carichi e della gestione delle eccedenze. Credo però che la serietà del problema e l’esito del voto impongano all’ANM e ai gruppi associativi un impegno maggiore e uno sforzo volto a formulare una proposta il più possibile condivisa. Va peraltro sottolineato che la quarta commissione del CSM ha recentemente annunciato il proprio impegno ad affrontare in breve termine la materia dei carichi, in relazione alle valutazioni di professionalità.


Gli altri due quesiti referendari hanno ottenuto un numero di consensi decisamente inferiore e tuttavia meritano anch’essi un esame attento. Il primo quesito ha ad oggetto l’indizione di una prolungata astensione dalle attività di supplenza, a sostegno della richiesta di copertura urgente degli organici del personale amministrativo e dei magistrati. Non si discute, ovviamente, la necessità di una copertura urgente degli organici, che l’ANM ha in ogni sede invocato con forza, ma le forme con le quali sostenere tale richiesta. Come tutti ricordiamo, la questione ha costituito l’oggetto di una delibera del CDC del 22 febbraio 2015 e della delibera approvata dall’assemblea generale del 19 aprile 2015, con la quale fu indetta la sospensione dimostrativa dalle attività di supplenza. Ricordo anche che il CDC aveva invitato le GES a individuare quali fossero, in concreto, le attività di supplenza esercitate dai magistrati nei singoli uffici. Oltre alla supplenza delle funzioni del cancelliere nel corso delle udienze civili, a dire il vero le poche risposte pervenute furono alquanto generiche. Spetta al CDC valutare l’esito del referendum; io mi limito a osservare che un’astensione prolungata dalle attività di supplenza richiederebbe anzitutto una definizione precisa di queste attività e una valutazione circa l’applicabilità a una tale iniziativa della normativa sullo sciopero, valutazione che fu già affrontata in occasione dell’assemblea generale del 19 aprile.


Vengo infine all’ultimo quesito (il secondo nell’ordine di presentazione), dedicato alla destinazione del terzo dei contributi versati dai soci alla copertura delle maggiori spese di assicurazione che conseguiranno alla nuova normativa sulla responsabilità civile.


Anzitutto, alcune considerazioni preliminari. Anzitutto, la Giunta, dopo la riforma della legge sulla responsabilità civile (riforma che abbiamo contrastato e contenuto con molta determinazione), è riuscita a mantenere in misura molto ragionevole l’aumento del premio assicurativo. In secondo luogo, la quota mensile versata dai soci è assai modesta, per non dire esigua, e non subisce aumenti da parecchi anni. In terzo luogo, è chiaro che non avrebbe alcun senso raccogliere le quote sociali per poi doverne restituire un terzo sotto forma di contributo al premio della polizza, con aggravio di costi e di lavoro: tanto varrebbe ridurre di un terzo la quota sociale, più o meno il prezzo di una colazione al bar.


Il vero problema, però, non è quello di stabilire la misura di questo contributo o – ma in sostanza è la stessa cosa – di questa riduzione della quota mensile ma quali attività dell’associazione ridurre o tagliare, in conseguenza della riduzione delle risorse. Le attività associative sono numerose, anche se molte forse sfuggono alla maggior parte dei colleghi. Le riunioni del CDC, della Giunta, delle Commissioni e dei gruppi di lavoro; l’organizzazione e la partecipazione a incontri, a convegni e a congressi; lo sportello sindacale, affidato a un professionista di elevata professionalità, che in questi anni ha fornito centinaia e centinaia di pareri legali molto qualificati; l’ufficio stampa, che promuove l’immagine dell’associazione e cura i rapporti col mondo dell’informazione, con la professionalità della d.ssa Rosa Polito, alla quale va il nostro grazie; la gestione del sito web e dei canali social; il rilancio della nostra rivista, oggi in versione on line; l’acquisto di spazi sulle pagine dei giornali, realizzato lo scorso anno e fortemente voluto dai colleghi; l’abbonamento alle banche dati giuridiche, servizio che l’ANM offre gratuitamente ai soci; il mantenimento di una indispensabile struttura di segreteria: e voglio ricordare l’impegno profuso in questi quattro anni, nell’organizzazione delle primarie per l’elezione del CSM, di due assemblee generali, di due congressi nazionali, del referendum consultivo, delle prossime elezioni per il rinnovo del CDC; uno sforzo organizzativo che si aggiunge alle attività ordinarie e al quale si è fatto fronte senza che seguisse alcuna contestazione o rilievo; non posso quindi che rinnovare l’apprezzamento e i ringraziamenti alle nostre collaboratrici.


Sono tutte attività che costano e accanto a queste almeno un’altra vorrei ricordare, questa però priva di oneri finanziari per l’associazione: il contributo offerto alle riforme, attraverso il confronto con le istituzioni e anzitutto la partecipazione alle audizioni davanti alle commissioni parlamentari, che ha prodotto quel ricco materiale che chiunque può consultare sul nostro sito. Quei pareri sono stati sempre altamente considerati e hanno spesso inciso in modo significativo nell’iter di approvazione delle leggi.


Ebbene, di queste attività, quali dovremmo eliminare? So bene che in questi anni si è discusso spesso di costi: ad esempio di quelli del congresso nazionale, sul quale si sono concentrate le critiche, benché la spesa sia rimasta stabile nel tempo ed anzi, in occasione dell’ultimo evento, si sia ridotta. In realtà, tagliare le risorse dell’Associazione vuol dire riconsiderarne l’attività e il ruolo.


Io sono convinto che l’ANM non possa rinunciare ad alcuna delle proprie attività, senza rinnegare la propria identità, la propria storia, i propri principi. Non possiamo rinunciare ai servizi che offriamo ai colleghi ma non possiamo neanche rinunciare ai nostri convegni e ai congressi: sono l’occasione in cui ci incontriamo, ci conosciamo e discutiamo fra noi ma sono anche lo strumento attraverso il quale l’associazione si confronta con le altre istituzioni e con le diverse realtà professionali, sono il mezzo con cui l’associazione rivendica il proprio ruolo e la propria identità. Rinunciando a quel ruolo e a quella identità, fondata sui principi e sugli ideali della giurisdizione, rinunciando, cioè, ad essere soggetto che vive nella realtà istituzionale, professionale, sociale, culturale, la nostra associazione rinuncerebbe al tempo stesso alla propria autorevolezza e alla propria forza e dignità sindacale, riducendosi a una piccola corporazione di poche migliaia di individui.


Come ho già detto in altra occasione, sono convinto che l’Associazione, se vorrà proteggere la giurisdizione e al tempo stesso lo stato giuridico e i diritti dei magistrati, dovrà anche difendere la forza degli ideali, nei quali è la propria credibilità; dovrà continuare a essere custode dei valori della Costituzione e dovrà farlo con tutti gli strumenti che ha a disposizione; dovrà, insomma, continuare a muoversi nel solco della propria identità, segnato dal nostro statuto e tracciato da più di un secolo di storia: è quello che noi abbiamo cercato di fare, proseguendo sul cammino di quanti ci hanno preceduto. E dunque desidero ringraziare tutti i colleghi della Giunta, con i quali ho condiviso le difficoltà ma anche l’entusiasmo, l’impegno e i risultati di questi quattro anni e con i quali oggi condivido queste riflessioni. E desidero ringraziare anche i colleghi del CDC, che ci hanno sostenuto con la loro approvazione e ci hanno stimolato con le loro critiche.


Concludo questa mia relazione e, idealmente, questa nostra esperienza, richiamando quegli stessi concetti già espressi a Bari. Noi sappiamo bene che le riforme operate sullo stato giuridico di una categoria sofferente per il peso dei carichi di lavoro, delle crescenti responsabilità e della carenza di risorse, unite a demagogiche semplificazioni, hanno aggravato il malcontento dei colleghi e rischiato di incoraggiare reazioni di stampo corporativo. Allora, non abbiamo rinunciato e non rinunceremo a difendere con forza le nostre prerogative e i nostri diritti, ma al tempo stesso abbiamo avvertito il pericolo di quella deriva e vi abbiamo resistito, difendendo l’immagine e l’autorevolezza della magistratura associata, contro ogni tentativo di ridimensionamento del suo rilievo istituzionale, del suo ruolo di rappresentanza, della sua forza sindacale e della sua stessa dignità. Siamo infatti consci dei rischi e del discredito che potrebbero venire dall’immagine, facile e falsa, di un’associazione raffigurata come espressione di una corporazione rivendicativa, tutta volta alla difesa dei propri privilegi. Questa, sono convinto, è la strada sulla quale l’associazione dovrà procedere anche in futuro, attenta alle difficoltà e alle richieste dei colleghi e al tempo stesso consapevole dei pericoli che potrebbero far scadere la magistratura associata nella credibilità che ha saputo conquistarsi e farla scivolare nella separatezza e nell’impotenza di una torre d’avorio. 


Vi ringrazio.
Rodolfo M. Sabelli



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