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20 ottobre 2017

Relazione di Edoardo Cilenti, Segretario generale dell'ANM

33º Congresso nazionale ANM


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ANM - XXXIII Congresso – Siena 20 ottobre 2017 – I Sessione


Relazione del Segretario generale Edoardo Cilenti


Ringrazio il Sindaco di Siena per la splendida accoglienza in questa città davvero meravigliosa.


Saluto tutte le Autorità presenti, saluto in particolare gli studenti della Facoltà di giurisprudenza che ci hanno chiesto di poter partecipare, con una delegazione, proprio a questa prima sessione, ritenuta di interesse per poter orientare le scelte successive alla laurea, un passaggio spesso non semplice e caratterizzato, come vi dirò, da molti dubbi.


La buona riuscita di questo congresso dipenderà anche dall’osservanza dei tempi che ci siamo dati per le relazioni (che sono tante), e ho il dovere di dare il buon esempio.


Limiterò allora il mio intervento ai circa dieci/dodici minuti previsti, indubbiamente pochi per un tema ambizioso e complesso come quello di cui alla odierna sessione introduttiva, ma certamente sufficienti per lanciare, in modo forte e chiaro, uno dei messaggi a cui l’Associazione tiene particolarmente:


parlare di accesso e di formazione significa avviare una riflessione preliminare sul modello di magistrato che abbiamo costruito.   


L’accesso è il punto di partenza del percorso di un magistrato.


Ma occorre anche pensare al punto di arrivo, ovvero se l’attuale meccanismo di reclutamento sia davvero idoneo a selezionare i “migliori”.    


La cd riforma Castelli/Mastella del 2006/2007 aveva - in teoria - lo scopo di costruire un livello di preparazione più elevato.


Partendo dal concorso di primo grado, aperto ai neo laureati, si è passati a un concorso sostanzialmente di secondo grado, perché i candidati, per essere ammessi alle prove selettive, oltre al possesso dei consueti requisiti, devono possedere dei titoli maturati in un percorso post universitario.


In precedenza l’accesso rappresentava un traguardo per una platea di aspiranti di età - mediamente - compresa tra i 26 e i 28 anni.


Ciò comportava, secondo gli artefici della riforma, la presenza di lacune per il mancato approfondimento di argomenti non oggetto di trattazione all’Università, ma anche la possibilità di un percorso comune con i futuri avvocati e notai ( in virtù di una formazione condivisa con chi si sarebbe avviato verso le altre attività del giurista pratico).  


Il risultato è che oggi i candidati giungono al concorso in età più avanzata e senza la maggiore - auspicata - preparazioneda conseguire presso le scuole di specializzazione (troppo spesso anche non  sincronizzate  rispetto ai bandi e alle prove di accesso).


L’innalzamento dell’età rischia di produrre anzi - al contrario - effetti sulla qualità dell’impegno richiesto.


Con il trascorrere del tempo ci si deve, infatti, normalmente confrontare con problemi personali, di vita privata e familiare, che rendono meno efficace la dedizione totale nella formazione e la iniziale, necessaria, mobilità sul territorio, con il pericolo di una minore predisposizione a cogliere la funzione intesa come un servizio da rendere alla collettività.


Si riducono anche i passaggi alle fondamentali giurisdizioni amministrative, poiché si riducono le possibilità e la forza di continuare a studiare per attuare una costruttiva osmosi tra le varie professionalità che compongono la comune cultura della giurisdizione.      


Come ci ricorda il presidente Albamonte nella sua relazione, i nuovi magistrati, considerato il tempo necessario per abilitarsi al concorso, provengono poi, non raramente, da precedenti attività lavorative, alcune delle quali subordinate, e tendono a trasferire nella funzione giudiziaria atteggiamenti mentali talora inappropriati, come, ad esempio, una ridotta disponibilità a confrontarsi utilmente con i vertici degli uffici giudiziari.


Il rischio, ulteriore, è dunque quello di una deriva impiegatizia:


guadagnato un posto rassicurante, si tende a stare lontani dai problemi e ad evitare gli svantaggi e le incertezze della giurisdizione.


Se a questo tendeva la riforma allora sappiate che si potrebbe definitivamente compiere e che nulla va modificato.   


Aggiungo però che si è consolidata anche una sgradevole selezione di censo, perché si richiede agli aspiranti magistrati un percorso lungo e costoso che non tutti sono in grado di sopportare.  


L’accorciamento dell’età di riposo ha determinato, per di più, il venir meno di fondamentali sicurezze previdenziali.


Attualmente la prospettiva di un concorso così lungo, incerto, aleatorio, fa sì che proprio i più brillanti abbandonino il progetto di diventare magistrato, perché consapevoli del tempo di vita da investire, dei sacrifici occorrenti e del costo dello studio,  che in molte famiglie non è possibile affrontare.


Le scuole di specializzazione, salvo qualche distinguo e qualche merito, hanno fallito il loro compito, essendosi rivelato un errore continuare la didattica di stile universitario:


ciò non vuol dire infatti selezionare i magistrati, e il risultato è che  - dopo dieci anni - siamo costretti a riaffrontare il problema.  


Le scuole di specializzazione o si riformano o si aboliscono.


Perché vedete che ancora oggi, - senza un corso privato e un ulteriore costo aggiuntivo (di cui si finge di ignorare l’esistenza) - gli studenti o la maggior parte di essi  non sono in grado di redigere un buon tema.


Da più parti si pensa a modifiche tese a rendere le Scuole un canale più agile, con una prova finale centralizzata.  


Un modo per metterle in concorrenza attraverso un esame che sia diverso da quello locale, dove - se bocci - non hai più iscritti.  


Il tema è spinoso, ma va affrontato, non è più rinviabile.    


La Commissione Vietti ha concluso i suoi lavori ormai nel marzo del 2016, cioè da oltre 1 anno e mezzo,  eppure risulta essere stata rimandata  già  più volte la finestra legislativa in cui intervenire.


Le modifiche insomma non passano, e ciò nonostante la sostanziale convergenza sulla necessità di correzioni, una necessità espressa da tutti gli epicentri istituzionali di riferimento: Csm, Ministero, Scuola Superiore della magistratura, Forze politiche, Associazione Magistrati, e la stessa Accademia con i suoi professori più illuminati.        


Per l’Associazione che qui rappresento risulterebbe molto più lineare e razionale tornare al concorso di primo grado semmai potenziando (e non riducendo) la successiva formazione di cui al tirocinio per i vincitori così come previsto per legge.  


Nella relazione della commissione Vietti si propone un canale di accesso veloce e diretto destinato ai laureati più brillanti che abbiano riportato una media di 28/30 nelle materie qualificanti e un voto complessivo finale non inferiore a 108/110.


Ciò costituisce a ben vedere già un parziale ritorno al passato, un rimedio all’eccessivo innalzamento dell’età, e dunque un apprezzabile riavvicinamento alla configurazione originaria.


Si parte invero dal presupposto che chi ha conseguito una media alta sia già in possesso delle cognizioni necessarie ai fini del concorso.


Ciò però non sempre purtroppo si rivela corretto, in quanto il voto degli esami e il voto di laurea possono essere influenzati da fattori che nulla hanno a che vedere con la reale preparazione giuridica del laureando.


Il rischio sarebbe, ancora una volta, quello di Università pronte ad adottare una politica al ribasso per questioni di budget e di iscritti.  


Illuminante il parere del Consiglio Superiore della Magistratura che si è espresso nei seguenti termini :


“Il Consiglio, nel riservarsi una valutazione più dettagliata sulla eventuale proposta di riforma delle scuole di specializzazione, manifesta perplessità, dovendosi ribadire quanto già esplicitato il 31 maggio 2007 nel parere sull’allora disegno di legge di riforma dell’ordinamento giudiziario: in quella delibera fu sottolineato che il “rischio della previsione relativa all’accesso diretto è di creare iniquità tra i laureati, privilegiando quelli che hanno conseguito il titolo in facoltà meno qualificate, favorendo un meccanismo perverso di iscrizione presso università meno rigorose, con un effetto emulativo al ribasso, tale da produrre un ulteriore scadimento della qualità dei laureati, ivi compresi quelli che potranno accedere al concorso in magistratura…”.


Il progetto Vietti ha l’indubbio merito di voler chiudere, almeno in parte, l'esperienza del concorso 'di secondo grado' per tornare all'accesso aperto ai neo laureati, eppure tale strada non viene percorsa con la dovuta convinzione, prefigurandosi un inedito sistema ibrido, di dubbia utilità.  


E’ tempo invece di una decisa inversione di rotta.


Trasformare il concorso da primo grado in secondo grado è stato un errore, finanche aggravato dalla illusoria aspettativa di una parificazione retributiva alla magistratura amministrativa (con un fuorviante impegno assunto verso la A.N.M. in un incontro con il Governo risalente esattamente a un anno fa, era il 24 ottobre 2016).  


Con l’aumento dell'età di accesso vengono meno forze vitali e preziose, da 10 anni spinte verso altri percorsi lavorativi, perché indotte a guardare alla magistratura come a una possibilità remota, secondaria se non del tutto eventuale.


In questo modo la giurisdizione si priva di un grande entusiasmo, caricandosi sulle spalle risorse in parte già stanche e disincantate, un risultato decisamente poco lusinghiero per un sistema-giustizia  che è già in enorme difficoltà.   


Consentire invece a tutti i laureati di accedere subito al concorso, senza distinzioni, permetterebbe loro di sapere, dopo un numero accettabile di anni (ossia il tempo dei tre concorsi previsti per legge), se la loro strada è quella della magistratura o di un’altra, altrettanto dignitosa, professione.  


Peraltro, se si esaminano con pazienza le date di nascita dei vincitori degli ultimi concorsi,  si noterà che la maggioranza ha un’età senza dubbio più elevata, ma sostanzialmente quasi corrispondente al tempo necessario a procurarsi l’obbligatorio titolo post-laurea.


Il presidente Aghina, che interverrà da qui a poco, ci esporrà una serie di dati rilevati da un campione di circa 1.200 neo-magistrati vincitori degli ultimi 4 concorsi.     


Si tratta di studenti che - probabilmente - avrebbero vinto ugualmente il concorso, ma ai quali è stata imposta una inutile e anzi scoraggiante attesa supplementare.      


L’A.N.M è pronta a confrontarsi per una soluzione equilibrata e ragionevole, ma è giunto il tempo della responsabilità, é giunto il tempo in cui chi può decidere deve farlo e deve farlo possibilmente in fretta, per ricordare a tutti noi che accogliamo i giovani colleghi la strada che abbiamo fatto, e per ritrovare nella loro passione e nella loro tensione ideale nuove motivazioni per un esercizio democratico e costituzionalmente orientato della giurisdizione.                                     


Invito ora, qui - sul palco - , la Collega Cristina Marzagalli, esperta di studi internazionali, a cui passo subito la parola, e che estenderà questo campo di indagine mettendo a confronto il nostro attuale sistema di accesso in magistratura con quello in essere negli altri Paesi europei.                                                                                          


Vi ringrazio.


Edoardo Cilenti
Segretario generale dell'ANM






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