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24 maggio 2010

Intermagistrature sulla manovra

Il Comitato Intermagistrature esprime netta contrarietà alle misure annunciate tramite gli organi di stampa.
In un momento di crisi, in cui si chiedono sacrifici generalizzati, sarebbe doveroso assicurare in primo luogo quella trasparenza dei processi decisionali e dei contenuti, che sola consente il controllo sociale sulla reale pertinenza delle misure che si intende adottare con la gravità della crisi e sull’equità delle misure medesime, condizioni minime per invocare un atteggiamento consapevole e responsabile dei cittadini.
Misure eccessivamente penalizzanti nei confronti delle magistrature, sia in termini assoluti che nel raffronto con altre categorie del settore pubblico e privato, appaiono inaccettabili e si rivelano oggettivamente idonee a colpire i meccanismi di garanzia dell’autonomia della magistratura.
Per questo esprimiamo una particolare preoccupazione per gli interventi aventi ad oggetto la progressione economica per classi e scatti e l’adeguamento triennale della retribuzione.
Contrariamente a quanto spesso si dice, i suddetti meccanismi non costituiscono meri automatismi di carriera, ma rappresentano il metodo logicamente conseguente a un sistema in cui, per garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, la retribuzione è stabilita per legge e, conseguentemente è stabilita per legge, e in maniera automatica, ogni forma di progressione volta quanto meno ad assorbire la perdita programmata del potere di acquisto. Unica alternativa a questo sistema sarebbe collegare la progressione economica a forme di contrattualizzazione, che politica e magistratura hanno da sempre concordemente deciso di evitare, proprio per salvaguardare l’autonomia della seconda.
In particolare, va ricordato che il meccanismo dell’adeguamento triennale, lungi dall’essere un privilegio, rappresenta solo l’adeguamento, e per giunta ex post, della retribuzione dei magistrati alla media degli aumenti già conseguiti dal personale pubblico contrattualizzato, per giunta con l’esclusione dal calcolo di significative voci retributive dei dirigenti pubblici.
Sul punto la Corte Costituzionale ha ribadito che tale meccanismo rappresenta l’attuazione del precetto costituzionale dell'indipendenza dei magistrati (sent. n. 42 del 1993), che va salvaguardato anche sotto il profilo economico (sent. n. 1 del 1978), evitando, tra l'altro, che essi siano soggetti a periodiche rivendicazioni nei confronti di altri poteri, così che esso concretizza una guarentigia idonea a tale scopo (sentenza n. 238 del 1990).
In conclusione, un intervento su questi meccanismi inciderebbe profondamente sullo status giuridico dei magistrati ed sulla loro collocazione istituzionale di autonomia e indipendenza.
Quanto alla disposizione con la quale si prevederebbe una decurtazione del trattamento economico dei magistrati, l’incostituzionalità dell’intervento appare di tutta evidenza. Sia per i profili appena richiamati di stretta correlazione tra indipendenza della magistratura e trattamento economico, che per la palese violazione dei principi di eguaglianza e di progressività del sistema fiscale che deriverebbe dalla introduzione di una imposta fissa a carico esclusivamente di una categoria di dipendenti pubblici.
Ad ogni modo, occorre che i sacrifici siano equamente distribuiti, con particolare riferimento all’importo reale, effettivo e onnicomprensivo dei redditi da lavoro pubblico sotto qualsiasi forma e a una platea di soggetti che non tolleri esclusioni, più o meno mascherate.
A tal fine occorre un’operazione di trasparenza che consenta di comparare le posizioni coinvolte dai sacrifici in modo tale che tutti vi concorrano in misura progressiva rispetto al reddito percepito a carico del settore pubblico allargato.



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