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24 gennaio 2015

Intervento all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2015

Intervento del Presidente della Sezione Distrettuale ANM di Lecce

Signor Presidente, Signor Procuratore Generale, Autorità e colleghi, signore e signori, poche, brevi riflessioni a nome dell’ANM di Lecce su alcuni aspetti fra i più rilevanti in materia di Amministrazione della Giustizia in Italia.
Se dovessimo esprimere un giudizio sintetico su quanto è stato fatto in tema di Politica della Giustizia, diremmo che nell’anno appena trascorso poche sono state le luci e molte le ombre.
Fra le poche luci credo si possano annoverare solo alcune misure, contenute nella legge n. 67/14, che nonostante una certa macchinosità, a regime, dovrebbero svolgere una funzione deflattiva del carico penale: mi riferisco, in particolar modo, alle norme relative al processo agli irreperibili, alla messa alla prova, alla introduzione della c.d. “irrilevanza penale del fatto”.
Inoltre, sotto il profilo del miglioramento del servizio, qualche buona notizia giunge, in questi giorni dal Ministro Madia, a proposito del possibile reimpiego negli Uffici Giudiziari del personale in esubero, soprattutto a seguito della ridefinizione normativa delle province.
Per il resto, anche l’anno trascorso si pone in linea con i precedenti.
In particolare non mi pare sia mutato l’atteggiamento della politica verso la Magistratura, se non, forse, nella forma, meno greve rispetto al passato.
Se, infatti, si guarda alla sostanza delle tante sbandierate riforme (i famosi 12 punti del Presidente del Consiglio) non si può non rilevare come, col pretesto dell’efficientismo, si siano varate e si stiano per varare delle normative che incidono profondamente sullo status dei magistrati ma che non apportano alcun miglioramento, in termini appunto di efficienza, alla macchina della Giustizia. Solo facili slogan, che hanno anche avuto l’ulteriore torto di additare nella Magistratura la sola o la principale causa del malfunzionamento della Giustizia in Italia.
Per dire, la manovra sulla ferie e sulla riduzione del periodo di sospensione feriale dell’attività giudiziaria, oltre a risultare estremamente pasticciata, per un verso ha ingenerato nell’opinione pubblica l’errata convinzione che dalle troppe ferie dei giudici derivi l’eccessiva durata dei processi, per altro verso non tiene conto della specificità della professione giuridica, posto che – come ebbi modo di rilevare in altra sede – la mancata sospensione dei termini per la redazione delle sentenze comporta necessariamente che anche d’estate, durante il periodo feriale, i magistrati debbano attendere alla loro redazione, come si rileva agevolmente dalle data di deposito (e si tratta, di solito, di quelle più complesse).
La riforma della responsabilità civile dei magistrati - che, contrariamente a quanto si sostiene, non è voluta dall’Europa – nel disegno di legge oggi all’esame del Parlamento, finirà col comportare un preoccupante ampliamento dei casi di responsabilità grazie all’ipotesi del “travisamento del fatto e delle prove”: espressione estremamente generica che finirà col trascinare la responsabilità civile sul piano del sindacato della motivazione e del merito del processo ed, insieme alla totale eliminazione del filtro di ammissibilità, esporrà il magistrato al rischio di azioni giudiziarie incontrollate, strumentalmente volte ad ottenere un ulteriore grado di giudizio, ovvero semplicemente a colpirlo per condizionarne l’azione (illuminanti, sul punto, le parole del prof. Trimarchi).
Dunque, riforma dei Giudici, non della Giustizia. I cui numeri imporrebbero ben altro approccio.
Nel settore della Giustizia civile i numeri dicono tutto: più di cinque milioni di processi pendenti, circa due milioni e mezzo di nuovi procedimenti ogni anno. A fronte di ciò, la scelta governativa della c.d. de-giurisdizionalizzazione (provare a trasferire i processi dall’alveo giudiziario a quella dell’arbitrato privato), non può neppure essere considerata come un pannicello caldo, perché al di là della sua problematica attuazione, finisce con lo svalutare le garanzie di imparzialità e indipendenza connesse all’esercizio della giurisdizione e porta con sé l’idea che la giustizia ordinaria resti solo per chi se la può pagare (in questa linea si colloca anche lo spropositato aumento del contributo unificato degli ultimi anni).
Altri sono i rimedi, a cominciare da quello di impedire che – come oggi accade - la via della lite infondata risulti più conveniente di quella dell’adempimento del dovuto.
Ma occorre anche cominciare a guardare dentro al calderone delle liti civili e chiedersi non solo cosa la giustizia possa fare per l’economia, ma cosa economia e politica possono fare per la giustizia. Guardando dentro al calderone dei processi pendenti (più di cinque milioni) si scoprirebbe, per esempio, che ad ingolfare la giustizia civile è, spesso, proprio lo Stato, dal momento che oltre un milione e mezzo di cause hanno come parte la pubblica Amministrazione (solo l’INPS, per esempio, “possiede” un quinto dei processi pendenti). Allora, forse, dovrebbe essere lo Stato a provare a ridurre il proprio contenzioso, attuando un più generale e rigoroso controllo preventivo intermo, selezionando le posizioni da mantenere in giudizio e separandole da quelle per le quali è più utile ed opportuno riconoscere le ragioni della controparte, magari pagando i creditori in termini accettabili.
Sempre più necessaria appare, inoltre, una riforma del codice di rito che porti alla semplificazione del processo, eliminando la molteplicità dei riti oggi esistenti e, ribaltando l’ottica del processo attuale, restituisca al giudice la direzione del processo, prevedendo che, dopo brevi scambi di memorie, esso possa formulare una proposta di soluzione, magari indicando quello che può esserne il probabile esito. Sul punto, per la verità, esiste un ddl: vedremo quale ne sarà l’esito.
La lentezza della Giustizia civile, in ogni caso, non dipende dalla scarsa produttività dei magistrati.
I dati CEPEJ, in termini assoluti e relativi, dimostrano come i magistrati italiani siano fra i più produttivi d’Europa e contribuiscano alla lenta riduzione delle pendenze, dal momento che a fronte di 100 procedimenti in entrata ne vengono definiti 130, e ciò ad onta delle tante disfunzioni, anche di ordine logistico, che affliggono il nostro lavoro e che quotidianamente vengono denunciate.
Considerazioni analoghe possono farsi anche per il settore penale.
I dati europei dimostrano ampiamente come i magistrati italiani siano i più produttivi d’Europa. E la verità numerica è testarda ed è difficile da confutare. Non vale certo a confutarla il surreale manifesto redatto dall’Unione delle Camere penali in occasione della Giornata della Giustizia e fatto affiggere anche nel nostro Tribunale.
In esso si scopre, per esempio, che gli avvocati penalisti sono fortemente contrari alla prescrizione. Per la verità, a giudicare da quanto accade nelle aule penali, ci era sembrato il contrario, ma evidentemente ci sbagliavamo. Tuttavia, prendiamo atto di questa novità ed invitiamo gli avvocati ad unirsi all’A.N.M. nella promozione dell’iniziativa volta ad indurre il Legislatore a modificare radicalmente il regime della prescrizione, impedendo che essa continui a maturare anche dopo l’esercizio dell’azione penale o, quanto meno, dopo la condanna in primo grado, così come accade in tutta Europa: il carico penale, soprattutto in Appello e Cassazione, ne trarrebbe grande giovamento!
E a proposito della Cassazione, forse gli avvocati delle Camere penali non sanno che ogni anno vengono depositati presso la Suprema Corte circa ottomila ricorsi, fatti solo per rinviare la pena o conseguire la prescrizione. In uno di essi si legge testualmente (il dato è riportato da Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera del 19 febbraio 2014): “Il presente ricorso viene presentato per finalità trasversali, al solo fine di evitare il passaggio in giudicato della sentenza” (si trattava di una sentenza di patteggiamento). Ci sarebbe da ridere se non fosse che ricorsi come questo rischiano di far morire la giustizia italiana o quel poco che ne resta. Va detto, per onestà, che l’alluvione di ricorsi che quotidianamente inonda la Corte di Cassazione non è solo colpa degli avvocati o delle parti: “se c’è una porta spalancata, la colpa non è di chi vi entra, ma di chi non l’ha chiusa” (così Luigi Riello sul Corriere della Sera).
Sempre in quel manifesto, l’Unione delle Camere penali lamenta – e anche questo è singolare - che il 40% dei giudizi d’appello si conclude con la riforma della sentenza di primo grado (con ciò sottolineandosi, evidentemente, l’errore del primo giudice).
Ora a parte che l’Appello, quale revisio prioris istantiae, esiste proprio per consentire un riesame del processo, giova evidenziare come le riforme delle sentenze riguardino non solo le pronunce di condanna (come sembrerebbe desumersi dalla doglianza dei penalisti), ma anche quelle di assoluzione; come, non di rado le sentenze di riforma si limitino ad applicare la prescrizione; infine come, nella gran parte dei casi, esse attengano solo alla misura della pena. Alla tendenziosità dell’osservazione fatta dalle Camere penali si risponde sottolineando come nessuno – meno che mai i magistrati – intenda eliminare tout court il giudizio d’appello, ma solo che una riforma del rito è ormai ineludibile ed essa, per renderlo adeguato alle esigenze di giustizia, passa attraverso l’eliminazione di divieto di “reformatio in pejus” (un residuato d’altri tempi che, come sostiene il prof. Tonini, non ha più ragion d’essere) e la modifica, ancora una volta, del regime della prescrizione. Se non si opererà in questi termini il rischio, già prospettato da eminenti esponenti della politica, sarà, davvero, quello della soppressione del secondo grado di giudizio (peraltro inesistente negli stati europei con processo di tipo accusatorio).
Nei giorni scorsi il Ministro della Giustizia – come già, ancora prima, il Presidente del Consiglio – ha scoperto che la corruzione costituisce una piaga del nostro paese, cui occorre metter mano. Un po’ tardi – visto che da anni il nostro Paese naviga negli ultimi posti della classifica redatta da Transparency International – ma meglio tardi che mai.
La risposta parlamentare a tale “scoperta”, pur condivisibile per alcuni aspetti, non pare del tutto convincente, perché si muove soprattutto seguendo una logica meramente repressiva, trascurando il momento dell’accertamento del reato e della prevenzione.
Del resto, in Italia, da molti anni funziona così. Come scrive Michele Ainis, la terza legge della dinamica – “Ad ogni azione corrisponde una reazione” – costituisce la prima legge della nostra politica. La quale s’emoziona ed agisce solo quando un’onda emotiva turba l’opinione pubblica. È stato così negli anni del terrorismo e dopo le stragi di mafia. Così è anche oggi. Le carceri scoppiano? Svuotiamole (con l’indulto e la legge “svuota carceri”). Troppa corruzione nella pubblica amministrazione? Aumentiamo le pene. Siamo giustizialisti e garantisti a giorni alterni. Ora è il momento dell’inasprimento delle pene sulla corruzione, ma si dimentica che sotto il profilo della deterrenza ciò che rileva davvero non è la durezza della pena (incide poco portare la pena massima da otto a dieci anni, salvo che sulla prescrizione), se mai lo è la sua certezza, insieme alla possibilità di essere scoperti. Raffaele Cantone, magistrato chiamato a presiedere l’Autorità anticorruzione, ha fornito delle indicazioni ben precise circa gli strumenti investigativi più efficaci per combattere il malaffare dei colletti bianchi: intercettazioni più facili, agenti provocatori che simulino la corruzione, benefici di pena per chi collabora, così da recidere il solido legame di complicità che tiene insieme corrotto e corruttore. Nulla di tutto questo, almeno per il momento, nel d.d.l. predisposto dal governo. Così è probabile che anche questo intervento di ri-penalizzazione, ove effettivamente varato, finisca col ridursi alle grida di manzoniana memoria.
Molto altro ci sarebbe da dire. Per esempio su alcune riforme del nostro assetto costituzionale, rispetto alle quali si intende procedere in fretta e furia e della cui necessità, in questo momento, è lecito dubitare, dal momento che non mi pare possano procurare lavoro ai milioni di disoccupati, o ridare speranza ai giovani, o garantire alle imprese di funzionare senza affanni e all’economia di crescere. Il tempo, del quale credo di aver anche abusato, non me lo consente.
Chiudo, auspicando che si dia finalmente corso ad un disegno riformatore di vasto respiro che, in coerenza con i principi della nostra Costituzione – e sottolineo: in coerenza con i principi della Costituzione - persegua lo scopo di una Giustizia più efficiente ed al passo coi tempi, in grado di rispondere alle sfide, anche tecnologiche, che il mondo moderno impone.
Come ha scritto Luigi Riello, è amaro ma realistico affermare, parafrasando Corrado Alvaro, “che la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che fare il proprio dovere sia inutile”. I magistrati fanno e faranno il loro dovere, sempre e fino in fondo, nonostante il senso di frustrazione che da anni li accompagna. Una giustizia più efficiente è possibile, solo che lo si voglia, per non correre il rischio di accorgersi, domani, che - come afferma amaramente il protagonista di un film di Ettore Scola – “il futuro è passato e noi non ce ne siamo accorti”.



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