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12 novembre 2013

In ricordo di Vittorio Occorsio

Sostituto procuratore della Repubblica a Roma, vittima del terrorismo di estrema destra negli anni di piombo.


Vittorio-Occorsio.jpg  Vittorio Occorsio

Vittorio Occorsio
(Roma, 9 aprile 1929 - Roma, 10 luglio 1976)
Sostituto Procuratore della Repubblica a Roma
Vittima del terrorismo di estrema destra negli anni di piombo.

Il 10 luglio del 1976 Vittorio Occorsio, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, esce di casa alla guida della sua Fiat 125 per andare al lavoro. Non vi giungerà mai; viene colpito da una raffica di mitra esplosa da una o più persone a bordo di una motocicletta. I terroristi fuggono portandogli via la borsa; sul posto lasciano alcuni volantini con i quali il movimento politico "Ordine Nuovo" rivendica l'uccisione.

Vittorio Occorsio nasce a Roma nell'aprile del 1929 da una famiglia napoletana, frequenta il liceo classico Giulio Cesare, si laurea in Giurisprudenza e, vinto il concorso in magistratura, inizia la sua carriera come Pretore, prima a Frosinone, poi a Terni. Nel 1965 viene destinato alla Procura di Roma.

Nel maggio del 1971 chiede l'applicazione della Legge Scelba e il conseguente scioglimento del movimento "Ordine Nuovo" per "ricostituzione del disciolto partito fascista; il 23 novembre il Tribunale di Roma accoglie la sua richiesta. Da quel giorno, anche perché titolare di alcune delle più delicate inchieste sul terrorismo e la grande criminalità, Vittorio Occorsio entra nel mirino dei gruppi eversivi.

A pochi mesi dall'assassinio del padre, Eugenio Occorsio cercò di ricordare e ricostruire i giorni che lo precedettero. "Cerco disperatamente nella memoria un segno, un indizio, una traccia di qualche discorso pronunciato da mio padre negli ultimi mesi della sua vita che potesse riferirsi a minacce ricevute. Niente, non trovo niente. Paura forse sì, ma accettata come una sorta di fatalismo, e non poteva essere diversamente nelle sue condizioni, sempre al centro delle più travagliate e spinose vicende giudiziarie di questi ultimi anni. Se non voleva lasciarsi sopraffare dall'angoscia, dall'ansia e dalla paura, un uomo con così tanti nemici doveva farsi forza e andare avanti, incredibilmente come se niente fosse per fare coraggio a sé ed a noi. Ma la verità è che non ho neanche la forza di pensare al passato, ricostruire gli ultimi giorni della sua vita, quella vita a cui guardava sempre con tanta gioia, nonostante la perenne atmosfera di tensione in cui era costretto a lavorare. Ho vissuto questi anni come perseguitato dalla domanda "ma tu sei figlio di Occorsio?", e quando glielo raccontavo lui ci rideva, come rideva di tutte le altre cose, di mia nonna, sua madre, che gli telefonava ad ogni notizia di cronaca nera. Si faceva forza per sé ma soprattutto per noi. Parlava volentieri del suo lavoro, ma senza ossessionarci. Sembra ovvio, scontato, ma in questo momento non riesco a vedere lati negativi della sua personalità. Non riesco a vedere neanche lontanamente cosa odiavano in un uomo come lui colpevole solo di fare il proprio lavoro con serietà e fiducia. Ma forse non è retorico né scontato per il semplice motivo che neanche quando era ancora vivo provavo per lui sentimenti diversi dall'amore, dalla stima e forse più che ogni altra cosa, dall'amicizia".

Per l'omicidio di Vittorio Occorsio saranno condannati due terroristi: uno morirà in carcere nel 1989; l'altro, Pierluigi Concutelli, ha ottenuto il 19 aprile 2011 la sospensione della pena per le gravi condizioni di salute in cui versa. La decisione ha destato polemiche e reazioni e, tra queste, quella resa a caldo dal nipote del magistrato, Vittorio anche lui. Della decisione ha parlato in una lettera a "La Repubblica" ancora il figlio di Occorsio, Eugenio che ha scritto: "Quando arrivano notizie come quella della liberazione di Concutelli, nella mente si scatena un turbine di emozioni spesso difficilmente controllabili e che solo l'esperienza degli anni per-- mette di affrontare. Una su tutte: il dolore, che si ripropone lancinante e intollerabile. E può sfociare nella rabbia. In una reazione altrettanto irrazionale come il comportamento che l'ha generata. Così succede che mio figlio, Vittorio come il nonno, 23 anni, si abbandoni sulla scia dello sconcerto ad espressioni improvvide e insensate ... come addirittura l'invocazione della pena di morte per Concutelli. E invece proprio qui deve emergere la differenza fra chi è membro di una società civile, ed è orgoglioso di esserlo, e chi invece ha scelto di starne ai margini come i terroristi. E siccome Vittorio junior è un ragazzo sensato e che riflette sulle cose ho ricominciato subito a spiegarglielo, perché nella nostra famiglia non devono esistere animosità e spirito di violenza. Occhio per occhio non è una regola, è l'opposto delle regole. Bisogna sempre impostare la risposta ai crimini anche più odiose e assurdi entro i limiti della Costituzione, delle leggi, delle norme, che se fatte rispettare sono più che sufficienti a comminare punizioni giuste e mai eccessive, nulla che sappia di vendetta. Il tutto in un cammino di civiltà che non deve conoscere deviazioni. Nel nostro caso, non siamo stati abbandonati dallo Stato, non gli si poteva chiedere di più. Dal primo momento, da quella sciagurata mattina in cui ho sentito gli spari e sono sceso precipitosamente dalle scale per vedere mio padre morirmi sotto gli occhi, la magistratura e le forze di polizia hanno preso in mano la situazione con decisione, e con puntiglio e coraggio sono arrivati al colpevole. Anche l'epilogo, con la liberazione dell'omicida, non è inaccettabile: siamo di fronte ad un uomo, a quanto pare plurinfartuato o qualcosa del genere, che si è fatto più di trent'anni di carcere. Cos'altro doveva accadere? La grandezza dello Stato, la tenuta delle istituzioni democratiche, si misura anche dalla capacità di non infierire inutilmente sui colpevoli. Detto questo, un pentimento più convinto e articolato sarebbe stato dovuto. Non basta esprimere un generico rimorso se a questo non si accompagna una revisione vera della propria attività "politica", come la chiama lui. Tanti detenuti escono anzitempo dal carcere ma ciascuno ha elaborato un suo percorso di pentimento, di redenzione, di volontà di reinserirsi nella società. Proprio perché gli anni sono stati tanti, infiniti saranno stati i momenti in cui anche a Concutelli sarà venuta in mente la follia dei suoi gesti, l'aberrazione del suo progetto guerrigliero. Nulla è trapelato, né tantomeno è emersa la collaborazione nel ricostruire più in profondità il contesto diabolico in cui il delitto di mio padre è maturato, i sordidi legami intrecciati su cui stava indagando e che gli sono costati la vita. E questo acuisce il dolore, e giustifica anche qualche volta la rabbia come quella di Vittorio"

(tratto dal volume "Nel loro segno" edito dal Csm).



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