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LA MAGISTRATURA | Articolo Rivista
29 maggio 2017

Dalla formazione iniziale all’esercizio delle funzioni giurisdizionali

Tra le altre specificità, il concorso in magistratura si caratterizza per essere un concorso di secondo grado, cui accedere sul presupposto di possedere titoli e requisiti ulteriori e successivi al diploma di laurea.

Al superamento della selezione pubblica e con il decreto di nomina, ciascun neo magistrato porta con sé un proprio e specifico compendio professionale che, a titolo esemplificativo, ha una matrice accademica o forense o di funzionario pubblico o di tirocinio negli Uffici giudiziari.

Ciò, da un lato, consente una selezione quantitativa (sul numero dei laureati in giurisprudenza) e qualitativa (sulla preparazione e sulla determinazione) dei candidati al concorso, nell’obiettivo di assumere all’organico della magistratura persone teoricamente più qualificate, più capaci, più esperte; dall’altro, comporta un inevitabile ritardo, almeno triennale, per l’accesso al mondo del lavoro da parte dei magistrati.

Le ragioni e le valutazioni sull’opportunità (o meno) di mantenere la previsione di un percorso intermedio, tra la laurea e il concorso, involgono temi eterogenei e complessi, senza dubbio meritevoli di approfondimenti separati e specifici poiché impongono necessariamente di analizzare i profili di politica universitaria, la struttura dei percorsi di laurea e soprattutto i meccanismi di indotto (economico in senso ampio) generato da questa necessaria formazione pre-concorsuale.

Ad ogni modo, qual che sia stato il percorso formativo pregresso e funzionale (perché normativamente richiesto) all’accesso in magistratura, esso rimane sostanzialmente indifferente rispetto alla successiva formazione iniziale, laddove, con la nomina a magistrato ordinario in tirocinio, prende avvio un nuovo e autonomo periodo formativo di diciotto mesi (rectius di dodici mesi nella prospettiva di riforma già vigente).

E il tirocinio rimane indipendente e non può che essere tale nella misura in cui rappresenta l’unico momento, fondamentale e ineludibile, di avvicinamento al sistema giudiziario visto dal suo interno e nella prospettiva di primi operatori del diritto; è il periodo in cui maturare la consapevolezza del ruolo e delle funzioni del magistrato nonché il tempo di realizzare il passaggio e il collegamento tra la preparazione tecnico-giuridica e l’esercizio di tutte le attività (di merito ma anche solo organizzative) connesse allo ius dicere.

In tal senso, il tirocinio, inteso quale formazione iniziale del magistrato, si articola sostanzialmente sulle tre componenti relative all’affiancamento presso i singoli Uffici giudiziari, agli stage presso enti e istituti esterni, alle sessioni didattiche presso la Scuola Superiore della Magistratura.

Nel complesso si tratta di un’esperienza insostituibile e anche fortemente suggestiva sia perché, come detto, consente di assimilare con la giusta gradualità il passaggio dagli strumenti teorici maturati negli anni di preparazione al concorso alla dimensione pratica degli uffici; sia perché favorisce un concreto confronto tra colleghi (a vari livelli di anzianità e professionalità), permettendo la nascita di rapporti di condivisione e stima reciproca che rendono la percezione dell’umanità e del coinvolgimento sottesi al lavoro del magistrato.

Tutte condizioni che rappresentano componenti essenziali del senso di dedizione e dell’entusiasmo da portare con sé nelle sedi di prima assegnazione. Su questa premessa, doverosa per sottolineare in generale la necessità e l’efficacia della formazione iniziale, restano sempre gli spazi per provare a migliorarsi nell’attuazione dei programmi formativi.

Innanzitutto, se è vero che al concorso si arriva con una preparazione teorica di secondo grado, si avverte l’esigenza di una maggiore concretezza nelle lezioni presso la Scuola, risultando più utile attribuire priorità alle simulazioni sulle situazioni di realtà dell’ufficio nella parte delle sessioni di lezioni frontali.

Altro aspetto da considerare è la possibilità di ridurre i periodi di stage presso istituti vari (enti previdenziali, camera di commercio, istituti penitenziari, reparti operativi etc.) che si esauriscono spesso in “visite guidate” di sicuro interesse, ma talvolta dispersive nell’ottica primaria di avvicinare il magistrato all’esercizio della sua funzione specifica.

Su questi aspetti, non può che leggersi con favore la riduzione a dodici mesi del tirocinio formativo, con accorciamento del periodo di tirocinio generico, degli stage e delle lezioni frontali presso la Scuola, in favore di un tirocinio mirato sostanzialmente invariato.

Un ulteriore aspetto riguarda la possibilità di rafforzare la figura del magistrato collaboratore nella sede di destinazione; questi, nella previsione normativa del regolamento del tirocinio, dovrebbe operare sostanzialmente come trait d’union per il magistrato in arrivo tra la fine del suo tirocinio dalla sede di provenienza e il primo anno di servizio presso la sede di arrivo.

Dovrebbe avere di fatto funzioni di supporto, senza alcun compito valutativo, per ogni questione logistica, strutturale, di ruolo, di inserimento nel nuovo contesto. Una figura che tuttavia non pare aver assunto struttura nell’esperienza giudiziaria, ma che invece, laddove implementata, rappresenterebbe una garanzia per il magistrato in arrivo (avendo questi una figura tipizzata cui richiedere ausilio) e allo stesso tempo sarebbe un modo per responsabilizzare gli uffici di destinazione.

Infine, nel corso del tirocinio, si potrebbe prevedere l’introduzione di più spazi di approfondimento delle norme e delle prassi di ordinamento giudiziario, sulle regole che governano i rapporti interni con i direttivi, sui criteri di formazione dei provvedimenti organizzativi, sulla pubblicità delle circolari del CSM, su questioni di deontologia e sui meccanismi del procedimento disciplinare.

Anche su questo versante, infatti, non dovrebbe trascurarsi il principio per cui la puntuale conoscenza delle regole di funzionamento interno entra come rapporto di biunivoca garanzia e responsabilità, per ciascun magistrato e per l’ufficio.

In disparte, poi, l’utilità degli spunti e l’eterogeneità dei modi per affinare il percorso della formazione iniziale, il tirocinio deve mantenere nel complesso la capacità, quella più difficile, di coniugare i due aspetti portanti, ancorché talvolta confliggenti, della vita professionale del magistrato: da un lato, preparare alle reali condizioni di lavoro, indicando le buone prassi per orientarsi sovente anche tra ruoli gravosi e strutture amministrative carenti; ma, dall’altro, insegnare incessantemente che il magistrato esercita la giurisdizione, rende vivo il diritto nel tessuto sociale, concorre a disegnare un modello di società.

È senz’altro il compito più complesso, perché impone la ricerca di quel punto di equilibrio tra la gestione di carichi di lavoro di fatto non esigibili e la qualità di trattazione di ogni singolo procedimento. Ma proprio la difficoltà di realizzare tale bilanciamento potrebbe cominciare a essere lo spunto per abbandonare progressivamente ogni logica di burocratizzazione del ruolo del giudice.

Attraverso la Scuola, per esempio, si potrebbe cominciare a rendere meglio l’idea che la buona giurisdizione si ottiene quando il magistrato ha la possibilità di dedicarsi al fascicolo, di appassionarsi agli interessi sottesi a quel procedimento, di comprendere le ragioni delle parti che vi stanno dietro.

La produttività rivelata dai numeri e dalla statistica dei procedimenti definiti è un indice che misura la giustizia in termini aziendalistici, in un rapporto di tempo, costo e beneficio, così relegandola nella logica di un servizio finanziariamente condizionato.

Così, per quanti hanno concorso a diventare magistrati e hanno ora la prerogativa e l’onere di svolgere quella professione che tanto ha coinvolto i percorsi di formazione, l’impatto con condizioni di lavoro defatiganti rischia di diventare una condizione di timore e di istintivo ripiegamento in situazioni di tutela individuale più che di assunzione di responsabilità.

Ed allora il tirocinio diviene anche lo strumento per alimentare la consapevolezza che il magistrato è chiamato, per ruolo e coscienza sociale, a risolvere problemi concreti e conflitti, dunque, all’esatto opposto delle ragioni che tendono a giustificare una concezione burocratica del ruolo del magistrato, occupato solo a “smaltire il carico di lavoro”, “evitando al meglio le complicazioni” e “sottraendosi il più possibile alle responsabilità”.

Perché, come è stato autorevolmente sostenuto, l’approccio burocratico al proprio ruolo è, per il magistrato, “la negazione del significato stesso della sua funzione”.