di Irene Famà
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi osserva con rammarico il livore che sta caratterizzando la campagna referendaria.
Toghe e governo: muro contro muro anche al via dell’anno giudiziario. Frattura insanabile?
«Per un anno ho cercato il dialogo, ma non c’è stato. E ora, a così poca distanza dal referendum, è molto difficile che ci sia. Su questo devo prendere atto che ho fallito».
Dispiaciuto?
«Amareggiato. La fiducia reciproca avrebbe giovato a tutti. Spero che dopo il referendum si superi questo doloroso impasse».
La capo di Gabinetto del ministero della Giustizia dice non è «fuorviante» parlare di «invasione di campo delle toghe» in politica.
«Interpretare una nuova legge significa verificarne l’inserimento nella realtà, in un sistema complesso. Non c’è nessuna volontà di scavalcare il governo e mi spiace che si continui a dare questa versione».
Incomprensione o c’è del dolo?
«Credo che le posizioni si siano radicalizzate. Magari qualcuno lo dice in chiave strumentale, ma penso che la politica, in larga misura, si sia convinta di questo e ciò urta la sensibilità dei magistrati che certamente non agiscono con questa finalità».
Il ministro Nordio torna a bollare come “blasfeme” alcune critiche alla riforma. Le sue posizioni sono davvero irriverenti?
«Penso che sia più giusto parlare di opinioni divergenti, non condivido l’uso di tale termine».
Quella del ministro era una forzatura. Gliela concediamo?
«Resto dell’idea che sarebbe bene esprimersi diversamente. Tra persone di cultura possiamo anche capire che la sua è un’immagine, ma dobbiamo anche pensare all’interpretazione di chi ascolta e legge».
Insomma, con questa riforma la democrazia è a rischio oppure no?
«Non credo che se la riforma verrà approvata, la democrazia verrà meno, ma penso che ci sarà una democrazia diversa, soprattutto diversa da quella in cui io e molti colleghi ci riconosciamo. Come si fa a dire che tutto questo non avrà un impatto sul sistema? Mi permetta una provocazione».
La dica.
«Se la questione è ridurre il potere delle correnti, era necessaria una riforma costituzionale? Mi pare eccessivo. Si potevano trovare strumenti diversi, senza andare a toccare l’impianto istituzionale».
Gli ultimi sondaggi vedono il «No» in rimonta. Fiducioso?
«Certo, lo sono. Anche se di sondaggi ne ho letti tanti...Ciò che conta sarà il numero di persone che decideranno di uscire di casa per esprimere un giudizio».
Teme l’astensionismo?
«Può essere decisivo in un senso nell’altro. E poi penso sia ora di ridimensionare il personalismo su questa faccenda. I presidenti dell’Anm cambiano, i governi pure: qui stiamo parlando del futuro del Paese».
La vostra campagna di comunicazione funziona?
«L’importante è informare e lo stiamo facendo».
Il sottosegretario Mantovano vi accusa di falsi slogan. Fate propaganda?
«La nostra prospettiva interpretativa ha un suo fondamento. Capisco che per qualcuno non sia accettabile, ma si tratta di diverse opinioni».
Il manifesto del comitato promosso dall’Anm recitava così: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”. È stato uno sbaglio?
«Per forza di cose uno slogan è ontologicamente sintetico, ma pensare a una riforma di questo tipo che non abbia una forte incidenza sul sistema è difficile da credere. Chiediamo solo rispetto per le nostre opinioni».
Il ministro ribadisce: «Questa riforma non è contro le toghe». Proprio non gli crede?
«Ammettiamo che sia vero, anche se ho dei dubbi, ma sicuramente è contro la magistratura tutto ciò che è intorno».
A cosa si riferisce?
«C’è una campagna di stampa, un atteggiamento generalizzato anche delle reti televisive pubbliche, che è sicuramente contro le toghe. Per forza di cose questo inciderà sulle scelte dei cittadini e non fa parte di un corretto dibattito democratico».
Nordio dice: «Mi sento ancora appartenente alla magistratura». Spiraglio di disgelo?
«Se si sente ancora magistrato, lo apprendo con piacere».