Cosa rimane di Giovanni Falcone nella magistratura palermitana e fra i magistrati di tutta Italia?
«Rimane un modello di magistrato, moderno, capace di indagare a fondo ogni aspetto di Cosa nostra. Un magistrato con metodo, intuito e visione. Per questo è stato ucciso. Per questo rappresenta un esempio vivo. E per questo abbiamo il dovere di ricordarlo, con profonda riconoscenza».
L'acume, lo spirito di sacrificio, lo sforzo investigativo, che furono propri del suo collega assassinato 34 anni fa, sono qualità che rappresentano ancora valori?
«Assolutamente sì. Sono tre doti che un magistrato, soprattutto requirente, deve avere. E quindi che vanno valorizzate sempre e comunque. Fa parte dell'eredità che ci ha lasciato. Possiamo solo ringraziarlo per questo».
Anche nei giorni delle commemorazioni lei chiede sobrietà e un abbassamento dei toni: ritiene che la storia di Falcone, avversato in vita ed elogiato da morto, abbia insegnato qualcosa o sia ancora lontano il momento della collaborazione tra gli organi dello Stato?
«Per combattere la mafia c'è bisogno di un lavoro congiunto di tutti: dai magistrati agli insegnanti. Dai commercianti agli impiegati pubblici. Dai rappresentanti del governo ai consiglieri di circoscrizione. Ognuno secondo il proprio ruolo. La collaborazione fra organi dello Stato è uno snodo necessario per combattere la mafia».
Come giudica l'atteggiamento della gente, soprattutto dei giovani, in favore della magistratura? Un fenomeno che non si limita ormai solo ai periodi del ricordo dei vostri colleghi uccisi ma che, come dimostra il recente referendum, si traduce anche in mobilitazioni massicce.
«Quello che è successo in occasione della campagna referendaria mi ha emozionato. Tantissime persone, giovani e meno giovani, si sono mobilitate perché hanno voluto difendere un principio: quello dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura dalla politica. Abbiamo fatto un gran lavoro per recuperare una parte della fiducia che avevamo perso per degli errori fatti negli anni passati, dove alcuni magistrati avevano messo davanti carriera e interessi personali. Abbiamo intrapreso un cammino, ma il percorso deve proseguire. Questo è il nostro compito. E dobbiamo farlo raccontandoci e spiegando alle persone come funziona la giurisdizione, il modo migliore per ricostruire questa fiducia è raccontare con trasparenza come funziona la giustizia».
I giovani in particolare chiedono verità e giustizia sulle stragi e il 23 maggio il loro corteo sarà motivato soprattutto da queste ragioni: lei crede che siamo sulla strada giusta per sapere?
«Tutti chiediamo verità e giustizia. C'è un diritto inalienabile alla verità che va ribadito. Non è solo interesse dei familiari delle vittime. Non è solo interesse della magistratura. È interesse dello Stato, dell'intera collettività. Ci sono dei procedimenti aperti, devono fare il proprio corso e serve aggiungere anche questo tassello per ricostruire tutto quello che accadde in quel 1992».
È secondo lei possibile mettere attorno a un tavolo tutte le parti coinvolte nel sistema giustizia e fare una riforma che dia finalmente efficienza a una macchina farraginosa e poco produttiva, perché troppo spesso tardiva?
«Ci stiamo provando, ci siamo incontrati con ministero e avvocatura. Vogliamo voltar pagina, nonostante il clima spesso particolarmente ostile della campagna elettorale. Lo possiamo fare lavorando insieme e partendo dalle cose più importanti, dalle urgenze. Noi abbiamo individuato le prime. Sullo sfondo la priorità condivisa credo sia la stessa: diminuire la durata dei processi. Partiamo da lì. Poi ovviamente ci sono vari tasselli da mettere a posto: i primi due che abbiamo individuato riguardano due cose da fare presto: stabilizzare l'Ufficio per il processo e rinviare la norma sul Gip collegiale, che paralizzerà i tribunali, purtroppo. Speriamo di avere risposte, ma l'inizio del confronto è stato positivo».