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31 luglio 2021

«Sventati molti danni, ma le norme restano rabberciate e assurde»

Il presidente dell'ANM Giuseppe Santalucia intervistato da "Il Fatto Quotidiano"


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Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm, il 15 luglio in un'intervista al Fatto lei fu molto critico verso la riforma Cartabia. Le ultime modifiche le hanno fatto cambiare idea?
Hanno attenuato delle criticità e reso meno indigeribili alcuni aspetti. Ma resta una riforma rabberciata. E continuo a non condividere i punti della prescrizione processuale.

Prescrizione che la riforma Bonafede aveva di fatto abrogato.
Ora è previsto un tempo per le impugnazioni in Appello e in Cassazione (pena improcedibilità, ndr) ristretto e uguale per tutti i reati. Un tempo stabilito in astratto, senza fare una verifica organizzativa degli uffici. Un tempo 2 anni in Appello, 1 in Cassazione - non sostenibile. Gli emendamenti di giovedì hanno ampliato questi termini base fino al 31 dicembre 2024, assicurando un monitoraggio sul funzionamento della riforma. Mi auguro sfa effettivo.

Altrimenti?
Se non verranno risoltele criticità di fondo, il legislatore dovrà rimettere mano alla legge, perché di certo non possiamo mandare in fumo i processi.

Quali sono le criticità?
Il tempo decorre, più o meno, dalla scadenza dei termini per l'impugnazione. I tempi morti dei passaggi da un grado di giudizio all'altro, dovuti alla carenza di personale delle cancellerie, si scaricano sul tempo del processo. Non è ragionevole. Il tempo deve decorrere da quando il giudice ha il fascicolo sulla scrivania.

I tempi per i reati di mafia e terrorismo e altri reati gravi sono stati allungati.
Non lo metto in dubbio, ma altra criticità, quando il legislatore procede per elenchi di reati, c'è sempre il rischio di dimenticarne qualcuno. C'è la violenza sessuale, sì. Ma lo stalking? E le morti sul lavoro non destano allarme? Sarebbe stato meglio lasciare ai giudici valutare caso per caso la necessità delle proroghe a seconda della concreta complessità della vicenda.

Almeno i processi per i reati più gravi si riusciranno a completare o si continua a rischiare l'impunità?
La riforma ha messo in sicurezza una lunga categoria di reati di mafia e terrorismo. Ma il meccanismo delle proroghe, alle quali gli imputati possono fare ricorso, finirà per aumentare le impugnazioni. Una buona riforma avrebbe dovuto ridurle, senza-toccare le garanzie delle parti.

Lei segnala numerosi limiti: da cosa dipendono?
Dalla scelta di fondo di agganciarsi alla riforma Bonafede che bloccava la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. È giusto prevedere poi un tempo per i processi. Ma la sanzione così radicale dell'improcedibilità dopo uno o due anni mi pare eccessiva, radicale e astratta perché non tiene conto dei limiti di organico. Il ministero promette assunzioni, malariforma entra in vi- gore subito e gli uffici dovranno fronteggiarla conle attuali forze in campo.

Non era meglio procedere con una riforma ex novo anziché riscrivere la Bonafede?
C'erano cose interessanti nella bozza della commissione Lattanzi. Ad esempio, si proponeva l'introduzione di un filtro per l'ammissibilità delle impugnazioni in Appello. La proposta non è stata recepita e si lasciano in grande sofferenza le Corti d'appello. Non ha senso oggi indagarne le cause, che vanno rimosse, ma bisognava tenerne conto prima di calare questa riforma che al momento non è sostenibile dagli uffici.

Resta al Parlamento il compito di dettare le priorità dell'azione penale. Che ne pensa?
I procuratori detteranno priorità specifiche mentre il Parlamento, con una legge, fisserà criteri generici. Sarà una legge periodica? Così dovrebbe essere, dovendosi misurare con gli andamenti dei fenomeni criminali. Ma non potrà tenere conto delle specificità: ciò che è di maggiore emergenza al Sud potrebbe essere diverso rispetto al Nord. Mi chiedo quale sia il senso di questo intervento.



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