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15 ottobre 2021

Intervento del vicepresidente del Csm David Ermini al convegno "Le ragioni del diritto"


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Le ragioni del diritto
Roma, 15 ottobre 2021



Saluto gli autorevoli relatori e tutti i presenti, ringraziando il presidente Santalucia e l’Associazione nazionale magistrati per l’invito. Il mio vuol essere solo un telegrafico intervento di saluto, per lasciare subito spazio alle tavole rotonde.
Ci apprestiamo ad affrontare una fase di significativi cambiamenti in materia di giustizia, con obiettivi ambiziosi. Non solo la riduzione dei tempi processuali in un quadro garantista e modelli sanzionatori più rispondenti al disegno costituzionale, esigenza che prima ancora che ad obblighi europei risponde a principi di civiltà giuridica, ma anche la riconfigurazione organizzativa del lavoro dei giudici che, attraverso la stabilizzazione dell’ufficio del processo, richiederà un marcato cambio di mentalità verso modalità collaborative e forme meno solipsistiche.
Insomma, il futuro è già in movimento. Si sarebbe potuto osare di più? Forse sì, ma intanto è importante che tutti gli operatori del diritto si impegnino e contribuiscano fattivamente alla miglior riuscita delle riforme attuali. Ed è importante che vi siano occasioni di confronto come la vostra, che chiamano a raccolta accademici, avvocati e magistrati. Io credo che mai come ora sia necessario ragionare in termini di comunità dei giuristi, senza contrapposizioni corporative e riflessi autoreferenziali. Serve un dialogo aperto, schietto, costruttivo, nella consapevolezza che il munus che condividiamo risponde all’interesse generale di una giurisdizione indipendente quale architrave del costituzionalismo liberal-democratico e garanzia di una risposta di giustizia efficace, tempestiva e di qualità.
Ci sono anzi passaggi, nella vita di un Paese, dove la voce dialogante dei giuristi dovrebbe udirsi con forza ed essere maggiormente ascoltata. Mi rendo conto che in tempi di spettacolarizzazione dell’informazione non è agevole l’argomentare riflessivo, e tuttavia avverto la necessità che il ceto dei giuristi possa riconquistare una sua più precisa identità sociale e la capacità di contribuire al dibattito socio-culturale del Paese e, nell’ambito di un costante confronto con le altre istituzioni dello Stato, prendere parte alla formazione dell’opinione pubblica.
Sotto questo profilo, se è vero che il magistrato deve improntare i suoi comportamenti a canoni di riserbo e sobrietà e al rigetto di narcisismi e protagonismo mediatico, è anche vero, a mio avviso, che la sua parola. Anzi, meglio, la parola della magistratura nella sua interezza – come quella dell’accademia e dell’avvocatura – innerva e arricchisce il discorso pubblico sulla giustizia e, più in generale, sulle principali questioni istituzionali. Contribuisce a consolidare la cultura giuridica e a riempire di significato la politica del diritto e i suoi obiettivi. Una parola misurata, tecnicamente orientata, anche critica se diretta a migliorare il funzionamento del sistema giustizia e ad inverare i valori costituzionali. Per queste ragioni assume centrale importanza il nuovo progetto editoriale dell’Associazione nazionale magistrati: la costante partecipazione della magistratura al dibattito culturale del Paese è il modo migliore per riappropriarsi della credibilità e autorevolezza che la Costituzione richiede e riconosce all’ordine giudiziario. Sono convinto che alla magistratura serve contaminarsi rifiutando ogni forma di corporativismo.
Credo che, in epoca di riforme, proprio al dibattito e al confronto all’interno della comunità dei giuristi sia rimesso il compito di segnalare profili e nodi problematici del percorso di cambiamento, individuando le eventuali distonie e criticità tra gli obiettivo perseguiti e le soluzioni tecniche messe in campo per raggiungerli. Non credo che un meditato cammino riformatore possa essere sostituito da un episodio referendario. Non mi permetto di entrare nel merito dei singoli quesiti, mi interrogo solo sull’opportunità di un’iniziativa referendaria mentre è in corso l’iter parlamentare delle riforme.
Ho grande rispetto per l’istituto del referendum, ma resto convinto – l’ho detto già in altre occasioni – che in una democrazia rappresentativa la sede naturale per riforme condivise sia il Parlamento e non l’iniziativa referendaria che, in ragione della sua natura necessariamente abrogativa, potrebbe condurre esclusivamente a esiti parziali, non omogenei e asistematici. Io credo che la presenza in Parlamento di una larghissima maggioranza a sostegno del governo sia la carta da giocare per un cambiamento vero e riforme che durino nel tempo.
Piuttosto lamento a tutt’oggi l’assenza del terzo pilastro dell’intervento riformatore, quello relativo al Consiglio superiore e all’ordinamento giudiziario. Da tempo, ormai quasi due anni, lo sto sollecitando. Direi che siamo ai limiti, e davvero spero – come deciso dalla capigruppo della Camera – che a novembre il disegno di legge di riforma possa essere discusso e votato dall’aula. Una riforma incisiva del Consiglio, preservandone però la discrezionalità, è tassativa e urgente, da un lato per consentire di predisporre nuovi regolamenti interni affinché il prossimo Consiglio sia subito in grado di funzionare al meglio, dall’altro per avviare regolarmente le rinnovate procedure per l’elezione dei componenti togati.
L’attuale processo riformatore, non da solo e nonostante i suoi limiti, può aiutare a superare la difficile situazione in cui versano oggi l’ordine giudiziario e il suo organo di governo autonomo, e a restituire la giustizia alla funzione che la Carta costituzionale le assegna, quella di essere un potere non fine a sé stesso ma al servizio dei consociati.
È un’opportunità che non va sprecata.


David Ermini
Vicepresidente del Csm



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