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24 ottobre 2015

Relazione di Carlo Sabatini, segretario generale Movimento per la Giustizia/art.3

XXXII Congresso nazionale ANM


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LA RISPOSTA GIUDIZIARIA: AUTORGANIZZAZIONE E RIFORME DI SISTEMA


Organizzazione e qualità, condizioni e carichi di lavoro sono fattori tra di loro collegati e dipendenti: vorremmo poter offrire le prime, ma spesso ci scontriamo, insieme a tutti gli altri operatori della giustizia, con la precarietà e l’ingestibilità dei secondi.


1) Una risposta diversa ed adeguata, il raggiungimento di un corretto equilibrio tra numeri, tempi e qualità della giustizia, dipendono certamente anche da noi: i magistrati devono mettere continuamente e quotidianamente in gioco le proprie forze, la capacità di aggiornamento, la tensione verso forme innovative di lavoro; e devono chiedere un corretto esercizio dell’autogoverno, in particolare nella scelta e nelle conferme dei dirigenti.
C’è allora un primo percorso da svolgere fino in fondo, quello che porta il sistema giustizia al migliore e più razionale impiego delle risorse esistenti: sistema che non può però risolversi in misure meramente difensive e statiche, ma che deve tenere conto delle specificità di ogni ufficio, confrontando le varie domande di giustizia e le diverse potenzialità.
Molti di noi hanno esperienza di uffici di dimensioni diverse, sanno che in genere si lavora tanto dappertutto, ma in modi anche assai distanti tra loro. Allora, sostenere che basti fissare un numero di provvedimenti, un ‘carico esigibile’ uguale per tutti, diventa una falsa soluzione a un vero problema. E’ intuitivo, per rimanere nel settore penale, che un magistrato che in un anno scrive dieci sentenze di mafia con decine di imputati non vale meno di quello che ne scrive cento di guida senza patente; e se entriamo nell'ottica di differenziare le situazioni in base alla qualità del prodotto giudiziario che dobbiamo assicurare ci accorgiamo che entriamo inevitabilmente nella prospettiva, appunto, di calibrare il nostro lavoro sulla domanda di giustizia specifica di ogni singolo ufficio: la prospettiva dei ‘livelli di servizio’.


2) Deve essere però ben chiaro un ulteriore passaggio: i risultati dipendono solo in parte da personale e magistrati. C'e' un punto arrivato al quale le nostre forze, per quanto ottimizzate e razionalizzate, non bastano: punto sul quale non dobbiamo però fermarci e accontentarci, ma che individua la criticità strutturale del sistema. E al sistema dobbiamo allora rivolgerci, per pretendere tutto quanto è necessario a svolgere fino in fondo il nostro lavoro. È insito nel nostro ruolo quello di assicurare che la legge sia eguale per tutti: se si e' spezzato un equilibrio, se vi sono conflitti, se vi sono diritti negati dobbiamo essere in condizione di intervenire sempre, non possiamo arrenderci e girarci dall'altra parte.
E proprio perché gli interventi devono essere di sistema, meraviglia che il legislatore, in questi anni, si sia concentrato invece soprattutto sui magistrati e sul loro status: come se sempre da noi dipendessero i disservizi, come se prioritari e risolutivi potessero essere interventi come quelli sulla responsabilità civile e sulle ferie.
Ci auguriamo che veramente si apra una stagione diversa, non per una nostra tutela ma per le stesse ragioni che questo Congresso ha opportunamente voluto mettere al centro dell'attenzione. Interrogandoci qui sul rapporto tra giurisdizione ed economia, chiediamoci quali costi hanno i disservizi della giustizia. Quanto viene rallentata una società che non riesce a sanzionare seriamente la corruzione? Quanti danni creano le imprese che lucrano sul mancato pagamento di erario e creditori, e scientemente si programmano per fallire (sapendo che il sistema non porterà sanzioni reali) travolgendo imprese sane? Quanti tributi perde lo Stato? In definitiva, quanta competitività e quanta stabilità sociale si perdono nelle nostre aule?


3) Allora, mi limito a ribadire alcuni tra i tanti temi che da tempo l’ANM ha messo al centro delle sue proposte: temi dunque ampiamente noti ma non per questo superati, nemmeno dalla tanto invocata prospettiva europea, che anzi ci addebita i rilevanti costi della denegata giustizia proprio per la carenza di riforme che vadano alla radice dei problemi. Sollecitiamo:
- una revisione compiuta degli organici di magistratura e personale, per individuare appunto dei modelli territoriali adeguati alle diverse necessità.  
Sono stati già esposti alcuni dati a livello nazionale: mi limito a riprendere quelli dei distretti in cui ho lavorato in anni più recenti, proprio per cercare di far risaltare meglio quelle che sono le reali condizioni in cui ci troviamo a lavorare.                 
A Reggio Calabria (dati al 30/6/2015), nel settore penale giudicante, risultano vacanti 11 posti su 39. Un presidente, otto giudici togati e sei giudici onorari fronteggiano al monocratico 6.636 processi; al collegiale 261 processi, di cui 30 di competenza DDA e sostanzialmente tutti (29 su 30) ‘maxi’ per numero di imputati e imputazioni. Al GIP – ufficio che rispetto alla media nazionale si trova in proporzione particolarmente minoritaria, a fronte degli organici della Procura – in un anno sono state emessi da sei magistrati complessivamente 354 ordinanze di applicazione di misure cautelari personali e 89 ordinanze/decreti applicativi di misure cautelari reali. Per quanto riguarda il personale amministrativo, un’ispezione del 2001 aveva stimato necessarie 245 unità: organico ridotto a 171, con la normativa che voleva artificiosamente sanare la copertura riportandola all’esistente; oggi sono però presenti solo 140 unità, con una scopertura dunque del 20%.
Sempre relativa al personale amministrativo è la maggiore criticità di Roma, con 332 scoperture su 1.198 (dunque oltre il 25%). Se si considera che tale disavanzo è aumentato di 64 unità in un anno, che entro dicembre 2015 andranno in pensione altre 50 unità, si coglie quanto rapido sia il depauperamento di tale essenziale forza lavoro, e quanto rapidamente cresca anche l’età media, ormai superiore ai 50 anni.
In questo quadro, insufficienti quantitativamente e anche qualitativamente appaiono allora le promesse immissioni per mera mobilità orizzontale, di personale (soprattutto di livello apicale) non formato alle specifiche necessità della Giustizia. Un Governo che ha fatto della innovazione e dello svecchiamento una precisa scelta di rilancio poteva – e doveva, per non limitarsi agli slogan e agli interventi mediaticamente appaganti – rivedere attentamente e tempestivamente le piante organiche e prevedere concorsi nuovi per personale e magistrati.
-  una scelta decisa verso forme di giurisdizione semplificata, che assorbano contenziosi che possono trovare soluzioni più rapide e meno onerose.
Sappiamo che finalmente è in cantiere una riforma organica della magistratura onoraria, che anche attraverso l'ufficio del processo potrebbe fornire risposte adeguate. Ci auguriamo sia una strada che verrà perseguita con serietà, senza arrivare alle mere proroghe che finora hanno bloccato il sistema, rendendolo non pianificabile con certezza in una delle sue componenti, non-soluzioni che hanno mortificato soprattutto i magistrati onorari (che da ultimo si sono visti ridotti i compensi, con la legge di stabilità).
- adeguati investimenti per formazione e innovazione.
Va sottolineato che le doglianze sul PCT, sollevate anche in questo Congresso, non vengono da retrivi conservatori, refrattari a cambiare il proprio modo di lavorare: ma da professionisti al servizio dello Stato che vorrebbero avere strumenti operativi adeguati e idonea assistenza.
- una semplificazione dei tanti riti del civile, più frutto di interventi stratificati che di effettive necessità;
- una revisione di quegli istituti processuali che non hanno reale funzione di garanzia: come l’ampia gamma di nullità, anche insanabili, che possono ‘fiorire’ fino alla Cassazione, vanificando per ragioni formali anni di lavoro;
- una revisione del sistema delle impugnazioni, che finisce troppo spesso per essere una grande area di parcheggio di processi sistematicamente destinati al macero, soprattutto se accompagnata da un sistema di prescrizione come quello attuale.              Non vogliamo che i processi possano durare un tempo indefinito, siamo ben consapevoli del costo anche umano che un processo troppo lungo può avere; ma non vogliamo nemmeno un sistema in affanno, che ipertrofizza la fase della cautela perché non in grado di rendere decisioni di merito tempestive, efficaci e coerenti con i canoni costituzionali.
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Il Ministro, nel Suo intervento, ci ha definito come ‘privilegiati’, perché posti in condizione di cogliere, attraverso le patologie, le trasformazioni della società: e ci ha invitato alla pazienza.
Vorremmo rispondere che non siamo impazienti, e tanto meno fannulloni; che non cerchiamo alcuno scontro: ma che troppo spesso proprio su queste patologie non siamo posti in grado di incidere. La negazione della nostra funzione, il ribaltarne strumentalmente su di noi la responsabilità, portano nella magistratura frustrazione e disagi che sono un rischio non solo per i singoli magistrati, ma per l’intera società.
Vorremmo solo lavorare meglio, per noi stessi e soprattutto per chi dal nostro lavoro attende una riaffermazione dello Stato di diritto.


Carlo Sabatini
Segretario generale Movimento per la Giustizia/art.3



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