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20 ottobre 2017

Relazione di Andrea Orlando, Ministro della Giustizia

33º Congresso nazionale ANM


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Siena, Teatro dei Rinnovati
 
Signor Presidente della Repubblica
Presidente Albamonte
Autorità tutte

Mi fa piacere e onore intervenire alla cerimonia di inaugurazione del 33° Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Il tema del Congresso, “La giustizia, i diritti e le nuove sfide”, ci proietta verso il futuro. Sono convinto che, nel guardare avanti, sia essenziale ripercorrere il cammino di questa legislatura, considerare il suo orizzonte, i suoi risultati, le sfide ancora aperte.  

In questa fase storica, la fiducia è un bene sempre più prezioso per democrazie che si scoprono fragili. La fiducia nelle Istituzioni dipende anche dalla loro reciproca legittimazione, dalla loro capacità di concentrarsi sulle questioni concrete, che toccano la vita dei cittadini.

Autonomia, indipendenza, terzietà: sono parole che assumono se possibile in questa fase storica un significato ancor più profondo, che dobbiamo saper far vivere quotidianamente. Credo che questo sia uno dei modi attraverso il quale raccogliere l’invito che Ella, Signor Presidente, ha più volte rivolto a tutto il Paese di prendersi cura della Repubblica.

Cerchiamo di dirlo con la massima franchezza e con un’assunzione di responsabilità. Noi oggi parliamo di “nuove sfide” della giustizia e dei diritti e ci interroghiamo sul ruolo della magistratura per una ragione precisa. La ragione è questa: una nebbia, una cappa che copriva ogni altra cosa è stata in parte diradata. Questa cappa segnava il conflitto tra magistratura e politica. Non che questo fenomeno sia stato superato, certo è che si pone oggi in termini totalmente diversi rispetto al passato.

Abbiamo voluto chiudere questo conflitto o almeno abbiamo agito in questo senso. Tutti oggi possiamo percepirne gli effetti. Credo che fra questi ci sia anche l’interessante profondità che è stata rivolta a questa platea con la relazione del Presidente Albamonte.

L’attenzione istituzionale, che in altri periodi della storia recente del Paese è stata fissata su pochi processi, è passata a tutti i processi. Ed è stata una precisa scelta tornare alla giustizia per la crescita e alla giustizia per la competitività.

Dall’enfasi penale, abbiamo allargato lo sguardo al civile, per troppo tempo abbandonato. La riduzione dell’arretrato è la testimonianza del lavoro compiuto nel corso della legislatura, in cui l’opera dei magistrati è stata essenziale e preziosa: siamo passati da 5,2 milioni cause civili pendenti alla fine del 2009 a 3,7 milioni al 31 marzo 2017.

In questo modo la giustizia torna a essere infrastruttura per la crescita, fattore attrattivo per gli investimenti e per la ripresa economica.
Abbiamo affrontato gli aspetti lesivi della convivenza civile che sono anche distorsioni della competitività. Penso agli interventi sulla corruzione, sulle distorsioni del mercato, sul falso in bilancio. Penso a essenziali provvedimenti di civiltà come le leggi sul caporalato e sugli ecoreati. Non si tratta di strumenti – come è stato detto - contro le imprese, ma di incentivi per lo sviluppo delle imprese sane contro le distorsioni di chi opera nell’illegalità.

Nell’analizzare il cammino di queste riforme, non si commetta un errore di valutazione: la chiusura del conflitto tra politica e magistratura non ha niente a che fare con un’abdicazione dal ruolo di “custodia dei custodi”, che è avvenuto con il necessario rigore.  

Abbiamo sottoposto i magistrati a regole più stringenti. Abbiamo rivisto le norme sulla responsabilità civile e contribuito a costruire un sistema disciplinare più attento alla sanzione di condotte deontologicamente inappropriate.

Nel nuovo codice antimafia abbiamo reso più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari, con garanzia di adeguate competenze e di rotazione degli incarichi.

Le stesse norme sull’avocazione delle indagini da parte dei Procuratori Generali – non poco contestate - favoriranno a mio avviso comportamenti più attenti e rigorosi nell’attività di impulso delle indagini.

Ci siamo posti in modo forte il tema della qualità dell’esecuzione penale, partendo dalla riflessione culturale e sociale degli Stati Generali e approdando ad un radicale intervento riformatore, e stiamo modificando, guardando sempre alla tutela dei diritti senza compromettere l’efficacia delle indagini, la disciplina delle intercettazioni.  

Il principio della nostra azione è stato chiaro: la giustizia non si riforma con una giurisdizione accerchiata e abbiamo per questo costantemente operato per ribaltare la prospettiva. I cambiamenti in corso e lo sviluppo anche del dibattito che si è realizzato all’interno della magistratura credo che siano in qualche modo conseguenza della ricerca di questo nuovo clima.

Il recupero di un più disteso e costante confronto ha consentito una ridefinizione del perimetro di intervento del diritto penale che sta ora alla magistratura calare nella realtà. Una crescita culturale che chiede la partecipazione consapevole di tutta la magistratura e un sapiente accompagnamento da parte del Consiglio Superiore nelle procedure di valutazione dei magistrati e di nomina della dirigenza nonché della Scuola Superiore nell’attività di formazione.

Sulle risorse, abbiamo voluto chiudere la stagione della retorica delle riforme a costo zero. Una retorica offensiva e inefficace.
Nell’ultimo triennio abbiamo ottenuto stanziamenti aggiuntivi per oltre 1 miliardo di euro e per i prossimi anni di oltre 1 miliardo e 600 milioni. Sono risorse per sostenere riforme organizzative destinate al potenziamento dell’informatica per complessivi 1 miliardo e 800 milioni, per il personale per complessivi 300 milioni, per la sicurezza e l’efficientamento degli uffici giudiziari per 400 milioni.

Ci stiamo adoperando, e sono fiducioso sull’esito, affinché nella prossima legge di bilancio siano allocate ulteriori risorse per dare respiro alle riforme già approvate, quali quelle della magistratura onoraria, del processo penale, dell’ordinamento penitenziario e dell’esecuzione penale esterna.

Sul fronte del personale amministrativo abbiamo avviato una svolta. Lo dico senza retorica. Dall’inizio del mio mandato sono già 1.850 le nuove unità di personale assunte, in larga parte provenienti dalle mobilità da altre Amministrazioni, che abbiamo dovuto accettare per poter avviare il nostro concorso, il primo dopo vent’anni. 400 assunti arriveranno nel prossimo trimestre, attingendo alle graduatorie di concorsi delle altre Amministrazioni.

L’altro ieri si sono invece concluse le prove finali del concorso per assistenti giudiziari, che porterà nei prossimi mesi a 1.400 assunzioni. Altre 1.450 assunzioni, già finanziate, saranno autorizzate dalla legge di bilancio. Parliamo in tutto di 5.100 nuove unità di personale. Nella maggioranza si tratta di giovani altamente qualificati che hanno superato un concorso al quale hanno partecipato 76mila persone.

Abbiamo inoltre riqualificato 2.000 cancellieri e ufficiali giudiziari e definito la progressione economica per 11.000 dipendenti, altri interventi in tal senso si realizzeranno per il 2018.

Sulla giustizia per la crescita e per i diritti, sull’organizzazione, sul metodo, abbiamo innescato un processo di trasformazione virtuoso ed irreversibile, nel quale tutti devono fare la loro parte, e nessuno può permettersi di arretrare.

Vengo alla conclusione con un punto che mi è particolarmente caro.

Ho spesso avuto l’occasione di rimarcare l’importanza di misurarsi con la dimensione sovranazionale, la centralità della bussola internazionale per tutte le questioni di giustizia.  Abbiamo recuperato un gap decennale nell’adeguamento dell’ordinamento interno a quello europeo.

Il 13 settembre, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il Presidente della Commissione Europea Juncker ha affermato con forza l’esigenza di allargare i compiti della Procura europea ai reati di terrorismo transfrontaliero, fornendo un importante riconoscimento alla posizione sostenuta, con coraggio, determinazione e talvolta isolamento, dall’Italia. È una vittoria politica importante che dimostra anche che, oltre a chiederci cosa può fare l’Italia per noi, più spesso dobbiamo chiederci cosa può fare l’Italia nel costruire la nuova Europa. Su questo tema abbiamo registrato una convergenza delle principali figure istituzionali europee.

Dobbiamo abituarci sempre di più a collocare le riforme e gli strumenti della giustizia in questa prospettiva internazionale, per essere all’altezza delle nostre sfide. Pertanto, magistratura e istituzioni devono vivere questa trasformazione da protagonisti.

Anche su questo rimarchiamo, quindi, un’eredità preziosa e irrinunciabile di questa legislatura: azioni nazionali e dinamiche europee sono e resteranno il cuore pulsante con cui pensiamo e realizziamo i diritti per i cittadini.

In queste mie parole ho voluto consegnarvi il quadro di un’eredità complessiva che può farci guardare alle nuove sfide da una prospettiva diversa, meno incerta ed avendo intrapreso un cammino nuovo e, mi auguro, irreversibile. Per questo voglio ringraziare i soggetti della giurisdizione, in questa sede certamente la magistratura, che hanno contributo a rendere ricco questo lavoro. Anche quando, di fronte all’opinione pubblica si è scelta la strada della rappresentazione del conflitto, in verità il dialogo con gli uffici, con il territorio non è mai venuto meno. E questo è un patrimonio che, mi auguro, sia acquisito una volta per tutte.

Restano certamente ancora tanti ostacoli da superare, inefficienze da rimuovere, problemi da affrontare, ma deve essere chiara in noi la consapevolezza che questo impegno sarà reso meno impervio dalle cose positive che insieme abbiamo saputo costruire. In questo voglio ringraziare davvero, per l’attenzione rivolta a questo tema e la costante sollecitudine, il Presidente della Repubblica e il Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura che è stato un prezioso collaboratore in questi anni e so in rappresentanza di tutto il Consiglio.

Vi ringrazio.


Andrea Orlando
Ministro della Giustizia


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