L'ANM è l'associazione cui aderisce circa il 90%
dei magistrati italiani. Tutela i valori costituzionali, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura.
    

13 dicembre 2020

Salvatore Casciaro: «Il caso Palamara ha riguardato tutti. Ora vigileremo»

Il segretario dell’ANM Salvatore Casciaro intervistato dal quotidiano “Domani”


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Salvatore Casciaro, neo segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati e componente di Magistratura indipendente, di cui è stato leader Cosimo Ferri. Il gruppo è entrato nella giunta dopo un lungo dibattito con gli altri gruppi e dopo le travagliate fasi della giunta Poniz, da cui Mi venne esclusa.


Consigliere, questa sarà una nuova pagina?
Non ne dubito. Vede, non è solo necessario recuperare la passione nell’attività associativa, che è essenzialmente lo strumento attraverso il quale poter dare risposte ai problemi reali della giurisdizione, ma anche rinsaldare, dopo un lungo periodo di comprensibile disorientamento dell’opinione pubblica, la fiducia dei cittadini di cui ogni istituzione, e anche la magistratura, si nutre. Siamo tutti consapevoli del momento delicato, e ci adopereremo per ricostruire un tessuto di idee e valori condivisi necessari per assumere decisioni indifferibili per ridare effettivo slancio all’attività associativa. E’ una pagina nuova che la magistratura associata deve scrivere con determinazione.


Su quali punti programmatici c’è maggior coincidenza? Il suo gruppo ha detto di voler tornare a difendere gli interessi morali ed economici dei magistrati, cosa significa?
Inutile ricordare che l’Anm ha un secolo di storia gloriosa, che si è caratterizzata nella difesa delle prerogative dell’ordine giudiziario e nella loro definizione, nel rispetto dei principi costituzionali, nei confronti degli altri poteri dello Stato. Sul fronte della difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura resteremo sempre vigili; ma non si può negare che, soprattutto negli ultimi tempi, le insidie all’indipendenza e all’autonomia della giurisdizione –che, come insegna la Corte costituzionale, non sono privilegi corporativi, ma garanzie irrinunciabili a presidio dei diritti dei cittadini-  sono venute anche dall’interno, e in tal senso i fenomeni del correntismo e del carrierismo ne hanno fornito plastica evidenza. Ma c’è nella giunta esecutiva dell’Anm condivisione anche su altro. L’impegno della giurisdizione non è infatti avulso dagli affanni del quotidiano: vedo colleghi angustiati da carichi di lavoro difficilmente gestibili e condivido le loro ansie e le loro preoccupazioni, sono stretti dall’esigenza di dare una celere risposta alla domanda di giustizia, ma anche determinati ad assicurare un lavoro di qualità. A questi colleghi dobbiamo prestare massima attenzione. Quello dei “carichi esigibili” è infatti uno dei punti programmatici salienti della nostra azione associativa; sarebbe auspicabile, anche a livello sperimentale, che essi trovino finalmente applicazione nel doveroso rispetto di disposizioni di legge assai risalenti eppure tuttora rimaste inattuate dal Csm. Questa Anm avrà un ruolo propositivo anche in tal senso.


In tempi di pandemia, un altro tema è quello dell'edilizia giudiziaria.
Dobbiamo prestare attenzione anche all’adeguatezza delle sedi giudiziarie: è ancora vivida nella memoria l’immagine della giustizia amministrata nella “tendopoli” del cortile del palazzo di giustizia barese, le cui condizioni di dissesto determinarono lo sgombero dell’edificio. La situazione dell’edilizia giudiziaria è preoccupante in molte aree del territorio nazionale. Perfino nella capitale, per la ristrettezza di spazi adibiti insieme ad aule di udienza e a stanze dei magistrati, mi consta ci siano colleghi che, nella forzata condivisione degli ambienti, non possono neanche frequentare l’ufficio per studio o lavoro in giorni diversi da quelli di udienza. Si tratta di problematiche che rientrano nelle competenze ministeriali, come quelle legate alla risoluzione della situazione di stallo dei lavori di ristrutturazione dell’ex caserma Manara destinata anni addietro alla Corte d’appello di Roma per sopperire alla cronica carenza di spazi, e tuttavia non ancora concretamente fruibile. Sono temi, ci tengo a dirlo, che hanno dirette e pesanti ricadute sulla qualità del servizio giustizia, reso nell’interesse dei cittadini.


Il presidente Santalucia si è espresso in modo fortemente contrario al sorteggio per il Csm, ma l’Anm ne discuterà presto. Lei come è orientato sulla riforma del consiglio?
La posizione del presidente Santalucia rispecchia la mozione approvata dall’Anm nell’ultima assemblea nazionale. E’ ora l’Anm il luogo del confronto, senza pregiudiziali anche sul sorteggio temperato, con la consapevolezza che nessuno ha la verità in tasca. Per questo uno dei punti programmatici è costituito dall’istituzione di un tavolo di lavoro per definire tutti insieme le scelte dell’associazione nazionale magistrati sul tema del sistema elettorale per il Csm.  Quale che sia la posizione che l’Anm intenderà assumere, sarà importante una preliminare indicazione di metodo: essa dovrà scaturire da un confronto che sia il più ampio e approfondito possibile.


Proprio su questo nodo il gruppo di Articolo 101 ha scelto di non far nascere la giunta unitaria.
L’intenzione di aprire a un dialogo senza pregiudiziali era stata pubblicamente dichiarata nell’ambito dei lavori del comitato direttivo centrale, sicché mi sembra non agevolmente spiegabile il rifiuto di assunzione di responsabilità della Lista101, la quale non poteva certo attendersi che le sue posizioni fossero recepite nella sintesi programmatica prima ancora del confronto interno e prescindendo dall’applicazione delle regole democratiche.


Tutto nasce dalla vicenda Palamara, che ha imposto una profonda riflessione a tutta la magistratura e il suo gruppo in particolare ha lanciato un percorso di rinnovamento. E’ una questione chiusa e quali strascichi lascia?
Il gruppo nei cui valori mi riconosco ha attraversato, come lei correttamente ricordava, una fase di autocritica aprendo a un profondo rinnovamento non solo nell’assetto della dirigenza, ma anche nella pratica associativa. Dall’esito delle ultime elezioni nazionali per il direttivo dell’ANM si desume che le decisioni assunte sono state percepite, anche all’esterno, come coerenti rispetto ai propositi iniziali. La vicenda legata al caso Palamara ha investito tutti i gruppi associativi, e tale comune consapevolezza ha costituito la necessaria premessa della sintesi programmatica della neocostituita giunta esecutiva centrale, il che ha comportato l’avvio di una riflessione su alcuni snodi dell’associazionismo con il convincimento, in seno al comitato direttivo, di dover procedere a una declinazione della questione morale con modalità “costruttive”, delineando una serie di proposte e interventi puntuali per evitare il ripetersi dei fenomeni di degenerazione correntizia. Sarà determinante imboccare con coraggio questa strada.




Oggi il parlamento ha numerose riforme in cantiere. Lei ora opera nella sezione lavoro della corte d’Appello di Roma ma è stato anche giudice civile: che valutazione dà della riforma proposta dal ministero della Giustizia?
Le riforme di cui abbiamo bisogno devono muovere dalla conoscenza dei problemi strutturali che affliggono la giustizia, il che orienta anzitutto verso la copertura degli organici di magistrati e personale amministrativo. Non solo, vanno considerate anche le esigenze di revisione delle piante organiche perché la domanda di giustizia è legata a specificità, e talora a contingenze, e non si presenta sempre in modo omogeneo sul territorio nazionale. E’ ragionevole quindi rimodulare l’assetto delle risorse e, laddove vi siano uffici giudiziari in sofferenza, potenziarli prontamente ampliandone le dotazioni organiche. In questo la macchina amministrativa sconta inevitabili lentezze. Non meno importanti sono, come dicevo, gli aspetti dell’edilizia giudiziaria: ben può verificarsi che all’incremento delle udienze, e di riflesso della produttività, sia di ostacolo proprio l’assenza di spazi idonei dove celebrare le udienze. Servono poi dotazioni materiali, informatiche, assistenza sistemistica e, in definitiva, una serie di interventi confluenti rispetto all’obiettivo.


La cosiddetta semplificazione dei riti, sulla falsariga del rito lavoro, è una soluzione che la convince?
Premetto che il profilo della semplificazione dei riti è un refrain ricorrente: ogni nuovo governo è intervenuto dicendo la sua sui riti, ma è una linea che non centra, almeno in tempi brevi, il bersaglio di velocizzare i tempi del giudizio. Nell’immediato l’intervento sul rito determina, con la disciplina processuale transitoria che distingue tra cause nuove, cui esso si applica, e cause più risalenti, soggette al rito pregresso, serie difficoltà tra gli operatori, con esiti talora controproducenti. La situazione migliora nel tempo quando la riforma sul rito va, come si suol dire, “a regime”, ma possono trascorrere parecchi anni prima che si avverta un risultato apprezzabile.  Auspicherei piuttosto che non fossero trascurati, anche tenendo conto di spunti comparatistici con altri ordinamenti, interventi sul principio di sinteticità degli atti processuali e sull’abuso del processo che sono assai avvertiti dagli operatori.


Il piano della giustizia per il Recovery fund considera le riforme del rito civile e penale essenziali per lo smaltimento dell’arretrato. La modifica dei riti è la strada giusta?
Certo può aiutare la semplificazione o unificazione dei riti per il civile ovvero il potenziamento nel settore penale dei riti alternativi, allargandone il campo di intervento, e ancora l’introduzione di forme di depenalizzazione. Ma per lo smaltimento dell’arretrato occorrono, dicevo, interventi strutturali. Non credo molto nelle task force per l’abbattimento dell’arretrato che mi ricordano le sezioni stralcio di antica memoria che purtroppo non diedero buona prova. E’ comunque utile muovere da un significativo dato che riguarda i magistrati: mentre la media europea è di circa 22 magistrati ogni 100.00 abitanti, in Italia abbiamo solo 11 magistrati ogni 100.00 abitanti, e dunque praticamente la metà. Aggiungo che i magistrati italiani sono, come dice la Commissione Europea per l’efficienza della giustizia, CEPEJ, tra i più produttivi d’Europa, il che fa intendere come l’intervento sull’incremento delle risorse sia, in concreto, quello da perseguire. Passi in avanti sono stati indubbiamente fatti con il recente ampliamento della pianta organica della magistratura professionale e con le assunzioni del personale amministrativo e anche con l’investimento massiccio nella digitalizzazione, ma non basta. Il problema dei tempi della giustizia va affrontato e risolto perché esso si riflette anche sulla crescita economica: secondo stime diffuse da Banca d’Italia un efficiente sistema giudiziario consentirebbe infatti un recupero fino al 2,5 per cento di Pil stimolando flussi di investimenti nel nostro Paese.


Il governo ha previsto, nel settore penale, la possibilità di sanzioni per i magistrati che non rispettano la durata delle fasi processuali. E’ una previsione vessatoria?
Sarebbe bello se si potessero accorciare i tempi dei giudizi con un tratto di penna. In realtà, i tempi di definizione possono dipendere dal fondamentale ruolo esercitato dalle parti e non sono rigidamente preventivabili, così come non sarebbe ragionevole contingentare le attese dei pazienti che accorrono in massa in un presidio ospedaliero prescindendo dal numero dei sanitari in servizio.  Le iniziative legislative sui tempi delle fasi processuali peccano di astrattezza e, se abbinate alla previsione di sanzioni per lo sforamento dei tempi, sono percepite come profondamente inique soprattutto da quei magistrati, e mi creda sono tanti, che operano con dedizione in uffici con carichi di lavoro difficilmente gestibili.


E’ fiducioso sulla possibilità che i fondi del recovery sblocchino la macchina della giustizia?
E’ un’opportunità unica, sarebbe un vero peccato non coglierla. Ma, per decidere per il meglio, bisogna prima saper ascoltare. In questo, nel settore della giustizia, l’apporto dell’esperienza della magistratura come dell’avvocatura, che operano come dire “sul campo”, è fondamentale.


Crede che sia utile l’Alleanza contro la corruzione istituita da Bonafede o potrebbero esserci sovrapposizioni con Anac?
Non voglio entrare nel merito di una proposta i cui contorni non mi sembrano ancora chiaramente definiti. Ferma l’indubbia utilità di ogni forma di approfondimento scientifico sul tema della corruzione, bisogna assolutamente evitare sovrapposizioni e interferenze con le prerogative dell’Anac. Sono tuttavia condivisibili le preoccupazioni del guardasigilli legate all’iniezione di liquidità connessa al Recovery plan.


Infine una battuta sul caso di Brescia.
L’attività giudiziaria che si esplica in pubblica udienza è per definizione trasparente e soggetta a critiche e controlli. Le vicende giudiziarie, tuttavia, non sempre sono di agevole comprensione nei loro delicati risvolti tecnici e possono essere soggette a distorsioni mediatiche.  Ferme le prerogative del ministro, il cui esercizio dovrebbe tener conto, sul piano dell’opportunità, della estrema delicatezza del momento processuale che precede la pubblicazione delle motivazioni di una sentenza, posso dire che i magistrati non si sottraggono e non hanno timore dei fisiologici controlli, i quali però non debbono mai rischiare di interferire con l’esercizio della funzione giurisdizionale.


L'articolo originale è pubblicato sul sito del Quotidiano Domani





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