L'ANM è l'associazione cui aderisce circa il 90%
dei magistrati italiani. Tutela i valori costituzionali, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura.
    

28 giugno 2021

Si rischia di togliere un mattone dal cantiere giustizia in costruzione

Intervista al segretario Anm Salvatore Casciaro


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«Il referendum è, certo, istituto legittimo, previsto dalla Costituzione, ma ha limiti connaturati alla sua funzione demolitoria di singole disposizioni di legge». Il segretario dell'Anm Salvatore Casciaro interviene sui sei quesiti proposti da Radicali e Lega sulla Giustizia. Responsabilità civile e seperazione della carriere, i più discussi. Una occasione anche per fare il punto sulla riforma della Giustizia civile e penale.

Segretario Salvatore Casciaro, partiamo dal metodo: perché l'ANM è contraria ai referendum sulla Giustizia proposti da Lega e Radicali?
«Sul piano del metodo l'ANM si limita ad osservare che il referendum è, certo, istituto legittimo, previsto dalla Costituzione, ma ha limiti connaturati alla sua funzione demolitoria di singole disposizioni di legge. La cornice normativa è oggi destinata a essere integralmente ridisegnata da riforme che hanno una vastità di materie senza precedenti. Lanciare i quesiti referendari rischia di essere allora come togliere un singolo mattone a un edificio destinato, col cantiere delle riforme in procinto di essere aperto, a un profondo intervento di ristrutturazione».

Passiamo al merito dei quesiti, limitandoci solo a quelli più discussi. Partiamo dalla responsabilità civile dei magistrati. Se un professionista sbaglia, paga. Perché un giudice non dovrebbe risarcire un cittadino danneggiato dai suoi errori?
«Per i magistrati già esiste una responsabilità penale, disciplinare, erariale e civile. Solo quest'ultima è attualmente, come peraltro in quasi tutti i paesi occidentali, indiretta: il cittadino leso agisce contro lo Stato, il quale poi, se condannato, si rivarrà nei confronti del magistrato. È un sistema che tutela ampiamente il cittadino che è garantito avendo come controparte lo Stato. Il referendum mira a togliere questo diaframma, il cui scopo è preservare l'indipendenza e l'autonomia della magistratura. Se passasse il quesito, il cittadino potrebbe evocare in giudizio direttamente il giudice della sua causa, magari con azioni velleitarie che avrebbero il solo intento di intimidirlo o condizionarlo o di creare le condizioni per la sostituzione del giudice scomodo, temuto o sgradito. Vede non è, come viene presentato, il referendum a tutela del cittadino, perché l'effetto che si determinerà sarà quello di togliere serenità al giudice che nella dialettica processuale, senza il filtro della responsabilità indiretta, sarà più esposto a pressioni esterne e vulnerabile rispetto alla parte con più potere e maggiori mezzi».

Separazione delle carriere. Perché la proposta è così temuta dalle toghe?
«Nessun timore, mi creda. L'unità della giurisdizione è sancita nella Costituzione. Gli stessi promotori ammettono, peraltro, che il referendum nulla ha a che vedere con la separazione delle carriere, ma solo delle funzioni. Che già esiste però nei fatti: pensi che solo il 3 % dei magistrati transita attualmente dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti e viceversa. La proposta della Commissione Luciani è di ridurre da 4 a 2 i passaggi consentiti, mentre i promotori del referendum, anziché discutere sulla congruità della soluzione offerta, intendono eliminare le disposizioni che consentono tale transito, ma, se passasse il quesito, l'effetto paradossale sarà di liberalizzare indiscriminatamente il mutamento dalle funzioni contro il proposito degli stessi promotori».

Un pm e un giudice hanno fatto lo stesso concorso, magari sono amici. Secondo lei, quando si trovano uno di fronte all'altro in aula, non c'è il rischio di lasciarsi condizionare da questa appartenenza comune?
«È un falso problema: anche gli avvocati hanno seguito lo stesso percorso di accesso alla professione e possono avere fra loro una conoscenza personale, eppure nessuno se la sentirebbe di parlare di un reciproco condizionamento nella dialettica processuale. La professionalità è essenzialmente consapevolezza del ruolo e delle responsabilità connesse. Mi consenta un'altra riflessione».

Prego.
«Leggendo la relazione del presidente della Cassazione sull'amministrazione della giustizia per l'anno 2020, si nota che l'esito del giudizio di primo grado è per il 50% assolutorio o di proscioglimento, il che smentisce, anche sul piano empirico, la favola della contiguità tra giudici e pubblici ministeri.

Magistrati e politica, qual è la posizione dell'ANM sulle "porte girevoli"?
«L'ANM è da sempre per escluderle. L'incarico di natura politica può appannare l'immagine di imparzialità e terzietà della magistratura, per questo occorre predisporre cautele. Il mandato elettivo non dovrebbe essere svolto nel luogo in cui il magistrato esercita le funzioni giudiziarie né in esso dovrebbe consentirsi il rientro del magistrato al termine del mandato. Tuttavia la soluzione draconiana, contenuta nel d.d.l. AC 2681, di impedire al magistrato eletto un rientro nei ruoli della magistratura al termine del mandato può entrare in frizione con il disposto dell'art. 51 della Costituzione che consente a chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive di "conservare il suo posto di lavoro". Non a caso la Commissione Luciani non la prevede più.»

Csm, le correnti, ispirate da legittime, naturali e meritevoli principi di affinità culturale, sono diventate lo strumento per giochi di potere e regolamenti di conti interni. Come riformare l'organo di autogoverno per arginare quello che appare un Risiko che non sempre premia i magistrati più meritevoli?
«Certo è importante agire sul sistema elettorale per ridurre il peso delle correnti, ma non basta. Servono nuove regole per le nomine ai posti direttivi o semi-direttivi in modo da ridurre gli spazi, troppo ampi, di discrezionalità del CSM e infine un recupero di tensione etica nei comportamenti ed è su questo decisivo versante che deve focalizzarsi l'azione culturale e pedagogica dell'ANM».

Con gli scandali che da Milano (caso Eni) a Roma-Perugia (caso Palamara), passando per la Puglia (giustizia svenduta a Trani, Capristo e De Benedictis) forse la magistratura ci ha messo un po' del suo. Quanto tutto questo incide sulla fiducia dei cittadini verso la Giustizia?
«Molto, purtroppo. L'eco mediatica che accompagna singole vicende, tuttora sub iudice, rischia di ripercuotersi, in termini di perdita di credibilità, sull'intera magistratura che è invece composta da tanti giudici che lavorano in silenzio con disciplina e onore. A questi colleghi, che sono i primi ad essere travolti e offesi, e al loro esempio, dobbiamo guardare per recuperare la fiducia dei cittadini».

La riforma della Giustizia civile è a buon punto. Che dice, sarà la volta buona per potere incidere su tempi incompatibili con quelli dell'economia?
«Molto si sta facendo. Utile il rafforzamento dell'ufficio del processo mediante l'assunzione, grazie ai fondi europei, di 16.500 giovani laureati che andranno ad assistere il giudice nelle attività preparatorie della decisione. Occorre però uno sforzo ulteriore per coprire le considerevoli vacanze degli organici della magistratura professionale e del personale amministrativo e per dislocare al meglio le risorse disponibili mediante una revisione della geografia giudiziaria e delle piante organiche. Quest'ultimo essenziale ambito, e non solo quello delle best practices, dovrebbe essere, a mio avviso, il campo elettivo della neo istituita Commissione interministeriale per la giustizia nel Mezzogiorno. Pensi alla Puglia, dove i processi durano troppo, eppure i magistrati del distretto barese sono, come confermano i dati statistici, tra i più produttivi della penisola e d'Europa. Facile concludere che le risorse dislocate nel territorio sono largamente insufficienti».

Passiamo al penale. Maledetta prescrizione. Il nodo resta sempre quello. Il fattore tempo può favorire un delinquente o danneggiare un innocente. E incide anche sui diritti delle parti civili. Come raggiungere il punto di equilibrio?
«Il punto di equilibrio si realizza con processi più rapidi. Il giudizio di primo grado in Italia dura 3 volte di più e quello d'appello 8 volte di più della media europea, il che fa sì che la prescrizione rivesta incidenza. Comprendo quindi che la Commissione Lattanzi abbia inteso agire su due fronti: riforma del processo, per renderlo più efficiente, e prescrizione, in relazione alla quale le proposte mirano a evitare che l'imputato, per cui vige la presunzione di innocenza, resti indefinitamente in balia della pretesa punitiva dello Stato, con compromissione di plurimi valori costituzionali. I veti incrociati dei partiti di governo, così distanti tra loro, non rischiano di far sfiorire la riforma in un compromesso all'italiana? È normale che vi siano diverse posizioni ed è giusto che il confronto sia schietto e serrato, ma è essenziale che l'ottica sia quella di ricercare soluzioni condivise per il bene comune».

Recovery fund e Giustizia. Condivide l'Anm il modo in cui saranno spesi i 3 miliardi di euro destinati al comparto?
«La spesa del "Next Generation Eu" è condizionata al principio della straordinarietà dell'intervento. Le risorse non possono così finanziare ordinarie spese di funzionamento della giustizia, come l'assunzione di personale a tempo indeterminato. Ciò non significa che non debbano essere perseguiti gli obiettivi strategici di riduzione dei tempi dei processi con concorrenti misure che ottimizzino le risorse disponibili».

Edilizia giudiziaria, a Bari un nervo scoperto non da oggi e lei lo sa bene, essendo un giudice barese.
«Vede, c'è un profondo legame tra inadeguatezza delle strutture e lentezza del sistema giudiziario. I fondi per l'ammodernamento del patrimonio immobiliare della giustizia sono del tutto inadeguati e sovente mal spesi. Le nuove consistenti immissioni di personale per l'ufficio del processo renderanno più evidenti le difficoltà dell'edilizia giudiziaria, che a Bari peraltro non rispetta come la storia giudiziaria della città insegnastan- dard minimi di sicurezza e decoro».



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