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9 novembre 2021

La mafia non è sconfitta, ma l'Italia è in grado di reagire con fermezza

Il discorso della vicepresidente Anm Alessandra Maddalena al convegno per i 30 anni della Dia


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Buongiorno a tutte le Autorità presenti e ai partecipanti.

Sono molto onorata di poter intervenire, a nome dell’Associazione Nazionale Magistrati e portando anche il saluto del Presidente Santalucia, in questa importantissima conferenza dedicata al trentennale dell’istituzione della Direzione Investigativa Antimafia, organismo fondamentale di coordinamento delle forze dell’ordine nel contrasto alla criminalità organizzata, che ha preceduto di poco meno di un mese l’istituzione del corrispondente organismo di coordinamento giudiziario, la Direzione nazionale antimafia, poi anche antiterrorismo.

Era la fine del 1991. Le storie tragiche di Capaci e, di lì a poco, di via D’Amelio non erano ancora state scritte, ma sicuramente Cosa Nostra era già ben consapevole della “mutazione genetica” che, attraverso questi due fondamentali strumenti, avrebbe assunto la capacità dello Stato di contrastare la sua azione.

É noto che l’intuizione fondamentale che portò alla costituzione della DIA e poi della DNA si deve a Giovanni Falcone. Ovviamente non soltanto a lui, ma certamente in quel progetto la sua visione di un’azione sinergica e coordinata delle forze dell’ordine, guidata da una “centrale d’indagine” presso le Procure distrettuali, ha costituito il solco fondamentale in cui si è sviluppata la decretazione d’urgenza che ha portato alla loro istituzione.

Era indubbiamente una impostazione profondamente diversa da quella che aveva portato nel 1982 alla creazione dell’Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, organismo che oltre alle opacità che accompagnarono soprattutto i suoi ultimi anni di operatività, si era dimostrato inadeguato a svolgere quel compito articolato e diffuso che era alla base della nuova impostazione della lotta alle mafie.

Prendeva, infatti, ancora più corpo quel “collegamento operativo continuo tra polizia giudiziaria e magistratura” reso ineludibile dalla “necessità di un’attenta analisi delle evoluzioni del fenomeno”, di cui parlava Giovanni Falcone nel suo intervento all’Università di Catania del 12 maggio 1990, in un convegno dedicato proprio al tema del “Ruolo della Magistratura nella lotta alla mafia”. 

Le mafie, invero, sono una realtà molto complessa, in cui imprenditoria, politica e criminalità si saldano per creare un sistema di gestione del potere parallelo allo Stato, vedendo sullo sfondo le forme tradizionali di minaccia e violenza. La risposta delle istituzioni, quindi, se vuole essere davvero efficace, non può che essere altrettanto articolata e coordinata, nello sforzo di indebolire e abbatterei pilastri del potere mafioso: collusione con il mondo imprenditoriale, transazioni finanziarie e riciclaggio del denaro derivante dai traffici illeciti, uso della violenza, consenso sociale diffuso.

L’Italia, sotto questo profilo, ha rappresentato un vero e proprio modello di intervento ed è ancora fonte di ispirazione per l’Europa. Un complesso di innovazioni che si è sviluppato dall’inizio degli anni ’80, con il prezioso contributo di magistrati, forze dell’ordine ed altre istituzioni dedicate, che non hanno mai mancato di sollecitare norme, strumenti investigativi e procedure di contrasto effettivo ai patrimoni mafiosi: una legislazione speciale (dal 416 bis c.p., al 41 bis O.P., alla legislazione sui cd. pentiti), magistrati qualificati in materia, forze dell’ordine coordinate, uffici investigativi appositamente costituiti, uffici giudiziari specializzati nel sequestro e nella confisca.

Le intuizioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino – frutto esse stesse di condivisione di obiettivi e di valorizzazione delle esperienze di persone, come Rocco Chinnici, che credevano nell’importanza del lavoro di gruppo, dello scambio di informazioni e del coordinamento -, e in particolare l’idea di contrastare la criminalità mafiosa colpendone i patrimoni a prescindere dalla condanna penale dei mafiosi, i metodi investigativi basati sull’uso delle tecnologie più progredite e sul ricorso a forme di cooperazione giudiziaria internazionale, sono anche al centro della risoluzione italiana cd. “Falcone”, approvata all'unanimità, il 16 ottobre 2020 a Vienna, dalle 190 nazioni che hanno partecipato alla Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu contro la criminalità transnazionale (Convenzione di Palermo), per rendere ancora più concreto l’impegno della comunità internazionale di offrire una risposta comune ai più allarmanti fenomeni legati alla criminalità organizzata, specie nel momento attuale, in cui è altissimo il rischio di infiltrazione mafiosa nel mondo imprenditorialeinternazionale, per le conseguenze socioeconomiche dell’emergenza sanitaria.

Oggi, tuttavia, è innegabile che anche l’Antimafia nel nostro Paese si trovi ad affrontare un momento di difficoltà per la crisi di consenso che investe l’intera Magistratura italiana e, come ha ricordato il Presidente della Repubblica, “se la magistratura perdesse credibilità agli occhi della pubblica opinione, si indebolirebbe anche la lotta al crimine e alla mafia”.

Ma, riprendendo ancora le parole del Presidente Mattarella, “gli strumenti a disposizione non mancano”, compresa la necessità - oltre ad un profondo processo di rigenerazione etica e culturale - che “si affrontino sollecitamente e in maniera incisiva i progetti di riforma”, e, usando stavolta le parole della Ministra prof. Marta Cartabia “la qualità del servizio della giustizia è il primo fondamentale argine contro ogni potere criminale”, dovendo anche “essere assicurati a tutti i Distretti gli strumenti necessari per mettere i magistrati nelle migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro”.

Non si può coltivare l’illusione che la mafia sia stata sconfitta, né che si possano abbandonare strumenti di contrasto che si sono già rivelati estremamente efficaci per conoscere le dinamiche del sistema mafioso, per smascherarne i meccanismi più profondi ed impedirne la violenza e l’infiltrazione nel tessuto economico e politico del Paese.

Con l’emergenza Covid è anzi cresciuta la capacità imprenditoriale delle mafie, che cercano di penetrare in modo ancora più capillare nel tessuto economico e sociale, soprattutto attraverso forme di riciclaggio o reimpiego di capitali illeciti per l’appropriazione delle attività in crisi, approfittando della maggiore vulnerabilità di tante imprese ed esercizi commerciali.

Ma l’Italia non è certamente colta alla sprovvista ed è in grado di reagire con fermezza, proprio grazie alle risorse normative e istituzionali di cui dispone.

Vi sono, in particolare, disposizioni – contenute nel Codice Antimafia– finalizzate alla protezione delle imprese in crisi, proprio per contrastare usura, intestazioni fittizie, riciclaggio e indebita percezione di finanziamenti pubblici.

La magistratura, in questo campo, potrà svolgere un ruolo fondamentale, intervenendo utilmente attraverso gli strumenti di “prevenzione giurisdizionale” – quali l’amministrazione giudiziaria ed il controllo giudiziario ex art. 34-bis del D.lgs. n. 159/2011, introdotto dalla legge n. 161 del 2017  – intesi alla “bonifica” delle imprese, anziché alla loro estromissione dal circuito economico, garantendo la prosecuzione dell’attività aziendale,ove sussistano sufficienti indizi per ritenere che un’attività economica sia condizionata da interessi mafiosi o li agevoli. Senza dimenticare l’innovativo istituto del controllo giudiziario richiesto dalle imprese che, come stato efficacemente evidenziato dalla Suprema Corte di Cassazione, funge da “punto di raccordo tra il controllo giudiziario e l’informativa antimafia”: l’azienda che sino a quel momento ha operato liberamente sul mercato, ricevuta notifica dell’interdittiva può, infatti, decidere di «consegnarsi» al tribunale della prevenzione che, in caso di accoglimento della domanda, dà avvio ad una fase di gestione condivisa con l’amministratore giudiziario, i cui incisivi poteri di ricostruzione degli assetti economico-finanziari dell'impresa possono condurre anche all’applicazione di una più gravosa misura di prevenzione.

L'attuale situazione di emergenza rappresenterà, comunque, l’occasione per condividere ulteriormente il nostro bagaglio di esperienze legislative e di pratiche investigative e giudiziarie, ed anche di rafforzarlo con la cooperazione giudiziaria, ricordando peraltro il recente avvio della operatività della Procura europea, che svolgerà un ruolo fondamentale nel contrasto ad una criminalità sempre più transnazionale e digitale.

Ma il ruolo della Magistratura nel contrasto alla mafia non si esaurisce nell’impegno quotidiano sul piano investigativo e giudiziario.

“Bisogna togliere attorno alla mafia l’acqua in cui questo immondo pesce nuota. E l’acqua la si toglie da un lato insegnando ai giovani a diventare cittadini, a sapersi riconoscere nelle istituzioni pubbliche”. Sono le parole di Borsellino, ancora così attuali, e che dicono della necessità di un raccordo costante con la società civile, per impedire – anche con la forza dell’esempio e dell’insegnamento – che la criminalità conquisti nuovi spazi,sfruttando l’assenza di una robusta coscienza civile contro mafie e illegalità.

Per questo, l’Associazione Nazionale Magistrati, lo scorso anno, ha voluto istituire una commissione dedicata alla educazione alla legalità, con l’impegnativo progetto di dar vita anche ad una scuola. Perché educare ai valori della giustizia è pure compito di noi magistrati, per formare soprattutto i giovani alla cultura dello Stato e delle istituzioni e al rispetto delle regole di convivenza, per valorizzare la memoria storica, la conoscenza dei princìpi di legalità e della Costituzione italiana, e per consolidare una coscienza finalizzata alla prevenzione e al contrasto alla criminalità e ai fenomeni mafiosi.

A chiusura di questo mio intervento, torno a ricordare, attraverso la menzione di un aneddoto, il messaggio che Giovanni Falcone ha consegnato alla mia generazione di magistrati, una generazione segnata nelle proprie scelte da quelle tragedie del 1992.

Nel corso di uno degli interrogatori che Buscetta rese a Giovanni Falcone, il primo disse: “dottore, lo sa che il suo rapporto con la mafia terminerà solo con la morte? Se la sente di iniziare questo viaggio?”. Falcone rispose senza scomporsi: “sig. Buscetta, non si preoccupi. Dopo di me altri magistrati proseguiranno il mio lavoro”.


Grazie.


Alessandra Maddalena
Vicepresidente Anm


 



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