L'ANM è l'associazione cui aderisce circa il 90%
dei magistrati italiani. Tutela i valori costituzionali, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura.
20 ottobre 2017

Intervento di Eugenio Albamonte, presidente dell'ANM

33ยบ Congresso nazionale ANM

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XXXIII Congresso nazionale ANM
LA GIUSTIZIA, I DIRITTI E LE NUOVE SFIDE
Venerdì, 20 ottobre 2017 – Siena, Teatro dei Rinnovati
Relazione introduttiva del Presidente dell’ANM
Eugenio Albamonte



Presupposti per un'analisi

Lo spunto di partenza dell'analisi che oggi intendo proporvi è costituito dal significativo ricambio generazionale che sta vivendo la magistratura in questi anni. La riduzione dell'età pensionabile, l'immissione di un numero consistente di colleghi attraverso concorsi ravvicinati fino al riempimento dell'organico della magistratura (mai avvenuto da quando nel 2006 è stata ampliata la pianta organica) e le modifiche ordinamentali (mi riferisco in questo caso al tema della temporaneità degli uffici direttivi e semi direttivi) ci consegnano una magistratura fortemente rinnovata nel suo corpo e nei suoi vertici.

È questo il momento, allora, per iniziare a tracciare un bilancio di quanto è avvenuto negli ultimi decenni nella magistratura e nel mondo della giustizia e dei diritti e trarre da ciò elementi per individuare le direttrici lungo le quali impegnarci nei prossimi anni.
Da questa intenzione, forse velleitaria, nasce il titolo di questo XXXIII Congresso dell'ANM e il suo programma che, attraverso sette sessioni tematiche, cercherà di fare il punto su temi per noi strategici che giova elencare.



  • La struttura che si intende dare alla magistratura che verrà attraverso i sistemi di reclutamento e di formazione culturale, professionale, ai valori etici e all'impegno nella giurisdizione e nella società anche attraverso lo strumento dell'associazionismo;

  • l'analisi e il confronto sui punti di forza e di debolezza dell'Ordinamento Giudiziario che, entrato in vigore ormai da dieci anni dimostra, alla prova dei fatti, di aver modificato sensibilmente le modalità attraverso le quali la magistratura si organizza e opera;

  • il confronto sulle riforme e sulle risorse necessarie per restituire, finalmente, efficienza e funzionalità alla giustizia e recuperare fiducia nei cittadini, oltre che sull'impegno richiesto a ciascun magistrato sul fronte della migliore organizzazione del lavoro giudiziario;

  • i rapporti complessi e troppo spesso turbolenti tra giustizia, politica e informazione, caratterizzati dall'irrinunciabile necessità - oggi da tutti avvertita - che si snodino in modo virtuoso nell'interesse della informazione e della conoscenza indispensabili alla crescita democratica del Paese, e non si ritorcano in dinamiche di reciproca delegittimazione, gravemente lesive della necessaria fiducia che i cittadini devono poter riporre nelle istituzioni e nell'informazione;

  • l'associazionismo giudiziario e la sua funzione nel futuro della magistratura che passa attraverso la sua rinnovata legittimazione quale indispensabile ambiente di confronto culturale sul ruolo del magistrato nella società, quale geloso custode dei principi etici e luogo di formazione delle giovani generazioni ai principi costituzionali dell'autonomia e dell'indipendenza; 

  • il ruolo e le garanzie di indipendenza della figura del pubblico ministero che, attraverso la riforma ordinamentale, è passato da un modello organizzativo pressoché orizzontale (e connotato dalle stesse garanzie del giudice) a una costruzione piramidale nella quale ancora attendono definizione alcuni nodali aspetti organizzativi, tralasciati dal legislatore del 2006, di sicuro riverbero sulla sua indipendenza interna e autonomia decisionale.


E non ultime, le nuove e consistenti domande di giustizia che i cittadini rivolgono quotidianamente ai giudici di questo Paese e il conseguente ruolo di supplenza che queste impongono alla giurisdizione nell'assenza di scelte politiche formalizzate in atti normativi. Pensiamo solo alle decisioni in materia di fine vita, stepchild adoption, adozioni che sono ricadute sulle spalle di singoli magistrati in mancanza di una legge organica dello Stato, da troppo tempo arenata in un dibattito spesso capzioso e a tratti elettorale.


La fiducia nella magistratura e nella giustizia

Recenti rilevamenti demoscopici evidenziano come solo il 38% dei cittadini riponga un elevato grado di fiducia nella magistratura. Dal 2010 a oggi, si registra una flessione del 12%. Altro interessante studio sociologico commissionato recentemente dal CSM e dalla Scuola della Magistratura evidenzia come, nella percezione dei cittadini, vi sia una assoluta sovrapposizione tra la Giustizia e la Magistratura e come indistintamente l'apprezzamento o meno dell'una coinvolga senza distinzioni anche l'altra.

Questa è la situazione che consegniamo ai magistrati delle nuove generazioni e non possiamo in nessun modo ritardare una riflessione su questo fenomeno. Non certo perché la magistratura debba inseguire il consenso sociale o alimentarsi dell'apprezzamento pubblico  in luogo della professionalità del proprio operare, ma perché una scarsa fiducia nella magistratura, come in ogni altra istituzione del Paese, indebolisce la democrazia e priva i cittadini di punti di riferimento fondamentali per un sereno svolgimento della vita e delle attività personali e lavorative, oltre a essere seriamente pregiudizievole per l'immagine della nazione all'estero con indubbi riverberi sul piano economico.


Una delle ragioni di sfiducia è certamente ricollegata ai tempi di definizione dei processi penali e civili. Tali inaccettabili ritardi, in larghissima parte non dipendono da scarsa laboriosità dei magistrati (attestata su livelli di eccellenza dalle rilevazioni europee) anzi, vengono subite da questi con frustrazione e avvilimento, in quanto li privano della principale fonte di gratificazione professionale, coincidente con il rendere giustizia in modo risolutivo per i problemi dei cittadini. È comune nella magistratura la convinzione che la decisione tardiva sia quasi coincidente con la denegata giustizia e questo non può che mortificare una categoria ancor oggi fortemente animata dall'ambizione di garantire una tutela dei diritti pronta, efficace e professionalmente qualificata.

Ci sono tuttavia una serie di ostacoli che gravano sul percorso verso il ripristino di tempi processuali ragionevoli. In primo luogo, la massa crescente e ingovernabile della domanda di giustizia che si rivolge esclusivamente sull'organizzazione giudiziaria, nell'incapacità di individuare altre autorità che abbiano la legittimazione e la fiducia adatte a proporsi quali luoghi autorevoli di composizioni dei conflitti. Nel settore penale, il tema è diversamente qualificato per la sovrabbondante criminalizzazione delle condotte illegali attuata attraverso la sovra produzione di norme che individuano reati.

La scelta del legislatore di individuare quale unica sanzione quella criminale e come unico luogo di tutela il processo penale rende ingovernabile il carico di lavoro per gli uffici determinando, in troppi casi, la prescrizione dei reati e la frustrazione delle istanze di tutela riposte nella giustizia, che ne risulta screditata per incapacità di raggiungere i suoi obiettivi. Un ridimensionamento del penalmente rilevante attraverso una seria depenalizzazione è quindi inevitabile. Questo non vuol dire privare di tutela taluni diritti, ma trasferire questa tutela sul piano delle sanzioni amministrative. Per raggiungere questo risultato è determinante però restituire efficienza e credibilità all'amministrazione pubblica, perché soltanto se funzionale e imparziale l'amministrazione potrà svolgere questi compiti con l'autorevolezza necessaria.


Altro tema che incide sulla lunghezza dei processi è quello dei riti farraginosi, complessi e di difficile gestione.
Nel penale, dall’entrata in vigore del codice di procedura a oggi, si constata la stratificazione di interventi disorganici che ne hanno determinato il progressivo appesantimento e la crescente disfunzionalità. Da ultimo, gli interventi ai quali abbiamo assistito, pur consapevoli della necessità di uno snellimento, si sono a volte caratterizzati dal tentativo di alleggerire il carico di una fase processuale senza rendersi conto di aver trasferito l'eccessiva onerosità sulle fasi processuali antecedenti o successive.
Nel settore civile aspettiamo le innovazioni legislative orientate nella direzione da tempo annunciata, e mai attuata, di restituire razionalità e funzionalità al sistema. Urgono:



  • interventi normativi che disegnino un giudizio di cognizione finalmente concentrato e sfrondato da passaggi superflui, nel quale sia affidato al giudice un ruolo direttivo monocratico bilanciato da opportune cautele (anche di carattere collegiale) nella fase di ammissione delle prove e da momenti di opportuno confronto orale con le parti;

  • una riduzione definitiva dei riti ricondotta alla logica di unità e semplificazione del d. lgs. 150/2011 subito abbandonata con l'introduzione di nuovi schemi processuali ibridi;

  • investimenti mirati ed effettivi che assicurino - attraverso un ufficio del processo tarato sulla disciplina del PCT - maggiore efficienza ed anche dignità alla funzione del giudice civile.


La carenza di risorse, a sua volta, ha avuto ricadute dirette sull'allungamento dei processi. Solo nell'ultima legislatura abbiamo assistito a uno sforzo inedito per incrementare le risorse economiche e di personale nel settore giustizia. Nel precedente ventennio, all'opposto, si è potuta constatare una dismissione di risorse talmente massiccia che oso ritenere determinata da un approccio strategico: finalizzato cioè a ridurre anziché accrescere l'efficienza della macchina giudiziaria.

Durante gli stessi anni, soltanto lo sforzo orgoglioso della magistratura ha impedito l'arresto definitivo della macchina giudiziaria. La capacità di ottimizzazione delle scarse risorse disponibili, l'affinamento delle capacità di auto organizzazione del lavoro e l'impegno profuso per garantire il funzionamento del Processo Civile Telematico attraverso iniziative spontanee di auto formazione e l'adozione di modelli organizzativi che hanno consentito di supplire all'assenza di personale tecnico informatico, hanno ritardato la percezione diffusa dei disagi arrecati da politiche finanziarie miopi.

Nel dare atto dell'inversione di tendenza non possiamo però non sottolineare che i danni arrecati dalle scelte del passato, tuttavia, non possono essere alleviati se non attraverso la protrazione dello sforzo in atto ben oltre i termini (imminenti) di questa legislatura. È necessario che i governi futuri proseguano nell'impegno posto in essere per dotare gli uffici giudiziari di infrastrutture avanzate (anche nel campo dell'informatizzazione), di personale amministrativo (importante quanto quello giudiziario per garantire la tempestività di azione), di magistrati (il cui organico, ampliato a 1100 unità nel 2006 e mai coperto a oggi – lo sarà per la prima volta a breve – rischia di essere non più adeguato al carico di lavoro). È necessaria, quindi, una programmazione degli investimenti e una stabilità nel loro flusso che sia motivata dalla convinzione che una giustizia efficiente è produttrice di risorse economiche per lo Stato e sarebbe già oggi in grado di auto finanziarsi e di raccogliere al contempo un surplus di risorse da destinare alle altre amministrazioni.

La magistratura, nell'interesse dei cittadini e della stessa credibilità della funzione giudiziaria, non può deflettere per il futuro dal continuare a richiedere l'impegno dei governi che verranno nell'approntare le riforme indispensabili e nel garantire le risorse adeguate. Né può far venire meno, sul tema delle prospettive di riforme, la propria azione di proposta, la cui credibilità si fonda sull'esperienza quotidiana maturata nelle aule giudiziarie. Non può trattarsi, però, di uno sforzo solitario. È necessario fin da ora chiedere espressamente e con grande forza un corrispondente e convergente impegno delle altre categorie professionali che operano nel settore giudiziario.

Degli operatori amministrativi dei vari livelli, per cominciare. Per i quali dobbiamo richiedere venga onorato l'impegno a una loro riqualificazione professionale e formazione permanente, che sarà indispensabile non solo per il recupero di dignità mortificata negli anni e quale doveroso riconoscimento del generoso impegno profuso, ma soprattutto per garantire una sempre adeguata qualità del contributo che da loro non è mai mancato.

E gli avvocati, ai quali chiediamo da questo palco di accantonare i temi particolari e corporativi (tra questi la separazione delle carriere e la discrezionalità dell'azione penale) e di rendersi disponibili a un confronto dal quale scaturiscano proposte di riforme condivise. Siamo infatti convinti che magistratura e avvocatura, unite nel proporre interventi condivisi di modifica legislativa, possano esercitare una forza di convincimento adeguata all'avvio di un serio percorso riformista. Solo una giustizia più efficiente può restituire legittimazione e prestigio a entrambe le categorie, e a questi fini si devono rivolgere le migliori energie, unite in uno sforzo condiviso.


Oltre a quanto già detto, c'è qualcosa che solo i magistrati possono fare per rafforzare la fiducia dei cittadini della giustizia, recependo le sollecitazioni che da più parti ci giungono affinché si ponga la giusta attenzione ai temi della prevedibilità e comprensibilità delle decisioni giudiziarie.


Quanto al primo aspetto, la prevedibilità delle decisioni contribuisce certamente alla maggior certezza del diritto e alla percezione pubblica di giustizia, oltre a incidere fortemente sulla riduzione del contenzioso, che non potrebbe più cercare quegli spazi di affermazione che si annidano nella divergenza e a volte nella contraddittorietà delle decisioni assunte in casi analoghi. Si tratta di un tema molto delicato perché solitamente prospettato in insanabile antagonismo con il principio di autonomia del magistrato. Una antinomia più astratta che concreta, che è venuto il momento di ridimensionare. Il magistrato, infatti, non può essere considerato in sé un sistema autosufficiente e autoreferenziale, quanto piuttosto una componente di un sistema più vasto che interloquisce con le fasi procedimentali antecedenti e successive. Le sue decisioni si ispirano ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità e dalle fonti e Corti sovranazionali e con esse si devono atteggiare in modo informato, consapevole e coerente, evitando forme di narcisismo culturale, nella consapevolezza che il fine ultimo del proprio operato non è l'auto gratificazione intellettuale ma quello di rendere giustizia nel caso concreto.

È un dato che questa aspirazione è oggi esposta a rischi di frustrazione anche per l'estrema difficoltà con la quale la Corte di Cassazione riesce a svolgere la sua funzione nomofilattica. L'enorme carico di affari che grava su quell'ufficio, infatti, non sempre consente il necessario coordinamento tra le sezioni e quindi l'individuazione tempestiva dei contrasti, mentre la mole oberante di sentenze che ciascun giudice è chiamato a scrivere a volte comprime i tempi della ponderazione e della stesura delle motivazioni. Qualcosa è stato fatto per alleggerire questa situazione ma permane la convinzione che un tale sovraccarico strutturale della istituzione posta a orientamento dell'intera giurisdizione, non possa che frustrarne il ruolo fondamentale. Pur volendo in ogni modo continuare a opporci a qualsiasi conformismo burocratico delle decisioni, e più ancora a una impostazione gerarchica del rapporto tra i diversi gradi del giudizio, e proprio  perché a ciò ci vogliamo opporre con energia, non possiamo non richiamare ciascuno di noi a rendere decisioni con consapevolezza e coerenza, mantenendo la capacità di decidere autonomamente e di differenziare il giudizio in relazione a situazioni la cui eterogeneità deve essere ben comprensibile al cittadino.


Quanto alla comprensibilità delle decisioni, non si può che richiamare gli studi effettuati in altri Paesi europei, che evidenziano un rapporto omogeneo tra la comprensione di queste e la loro condivisione da parte dell'opinione pubblica. Non c'è niente di peggio di una decisione giusta che, determini incomprensioni e quindi contestazioni per il solo fatto di essere esposta in modo poco fruibile. È un tema che, certamente, investe lo stile di scrittura dei provvedimenti, che sempre più si deve emancipare dal linguaggio iniziatico degli addetti ai lavori e abbracciare forme di comunicazione più accessibili. Su questo tema si registra un forte impegno della Scuola della magistratura e della Corte di cassazione.
Ma permane la cronica indisponibilità della magistratura a farsi carico del più ampio problema della comunicazione giudiziaria. In altri Paesi europei è stata ormai da anni verificata sul campo l'utilità degli uffici stampa istituiti presso ogni articolazione giudiziaria, allo scopo di rendere più fruibili le informazioni e quindi agevolare la condivisione delle decisioni giudiziarie di maggior impatto sull'opinione pubblica, nonché di contrastare le iniziative di disinformazione messe in campo per ignoranza o con malizia.

Tornando all'Italia, il tema coinvolge però anche specifiche responsabilità degli organi di informazione che talvolta per mancanza di preparazione, più spesso per strategie comunicative e di marketing alimentano la distorsione e cavalcano la protesta sociale contro decisioni talvolta inappuntabili e talaltra opinabili, ma certamente ancorate a una solida ragione giuridica. Quando il merito della decisione investe temi sui quali è più acuita la sensibilità dell'opinione pubblica, questo circuito comunicativo vizioso determina lacerazioni gravi e immotivate nella fiducia che i cittadini devono riporre nella magistratura.

Un ulteriore tema che interferisce con la fiducia nella giustizia è rappresentato dalla risalente conflittualità tra magistratura e politica, cha talvolta raggiunge punte inaccettabili di reciproca delegittimazione. Da un lato, la politica deve prendere atto della questione morale che la riguarda, predisponendo gli antidoti necessari nella fase della selezione della classe dirigente e nell'autocontrollo del proprio agire, assumendo decisioni anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie e dai loro esiti, giungendo in tal modo ad accreditare un sistema basato sulla responsabilità politica che operi in modo da poter prescindere dalle responsabilità giudiziarie. Dall'altro, la magistratura deve rimanere ancorata al profilo della responsabilità giudiziaria, che è sempre personale, senza indulgere nella tentazione di adire tribunali morali e sociali.
Deve restituire centralità al giudizio senza enfatizzarne le fasi prodromiche e deve perseguire in modo coerente la strada che riconosce al solo giudizio l'affermazione delle responsabilità. Deve rifuggire da visioni sistemiche e fenomenologiche che non trovino riscontro nella serialità delle decisioni giudiziarie evitando di «confondere le indagini con le guerre sante», secondo l'insegnamento di Giovanni Falcone. Soltanto l'interruzione di questo vortice di accuse e strumentalizzazioni reciproche potrà restituire fiducia alla magistratura e alla politica che, all'opposto, perseguendo la strada intrapresa giungeranno a delegittimarsi reciprocamente in modo irrecuperabile, privando i cittadini di due fondamentali riferimenti democratici.

I nuovi diritti e la supplenza della magistratura

Uno snodo delicato del rapporto tra magistratura politica e opinione pubblica è costituito dai nuovi diritti. È alta la tensione all'interno della società verso il riconoscimento giuridico dei diritti emergenti. A questa pressione, che si struttura attraverso un dibattito serrato tra favorevoli e contrari corrisponde l'inerzia della politica, anch'essa avviluppata da una contrapposizione della quale non riesce a trovare una sintesi che si traduca in provvedimenti legislativi. In questa situazione, che in superficie sembra rimanere immobile si muove invece, con incedere costante, la domanda di giustizia che si rivolge quotidianamente ai magistrati.

Questi, non potendo trincerarsi dietro un non liquet, utilizzano gli scarsi riferimenti desumibili dai principi costituzionali e dalle carte sovranazionali rendendo risposte che, prive di un sicuro riferimento normativo, sono inevitabilmente influenzate da una componente di giudizio soggettiva e quindi si prestano ad essere contraddittorie tra loro e incoerenti, talvolta giungendo a un riconoscimento del diritto che subisce sorti diverse a seconda del tribunale o del giudice. Inevitabile che tali decisioni, immesse in un dibattito sociale animato e talvolta fazioso siano destinate a essere criticate con asprezza certamente ingiustificata, alimentando così un circuito nel quale una supplenza imposta dal legislatore alla magistratura, anziché andare a suo merito, gli viene rinfacciata in modo delegittimante anche da chi avrebbe la funzione istituzionale di colmare il vuoto normativo. In questo contesto, l'impegno della magistratura associata deve essere quello di ricordare costantemente al legislatore l'urgenza a intervenire anche per porre fine ad una funzione di supplenza non richiesta e dannosa per la credibilità della giustizia.

La sessione del Congresso dedicata ai nuovi diritti non si prefigge quindi l'obiettivo di dare la linea alla magistratura (o peggio al legislatore), favorendo talune opzioni a scapito di altre, ma più ragionevolmente di rappresentare la complessità degli orientamenti in campo per favorire, attraverso un dibattito alto, una scelta sempre consapevole e ragionata nell'attesa di una più certa cornice normativa. 

Come è cambiata la magistratura

La magistratura nella quale accogliamo i colleghi più giovani è profondamente diversa da quella nella quale ci siamo introdotti anni fa. In particolare, gli ultimi dieci anni hanno dimostrato come il cambiamento radicale dell'Ordinamento Giudiziario abbia influito sui comportamenti dei magistrati, sul loro modo di porsi rispetto alla professione e alla carriera. Siamo passati in breve tempo da un sistema che non prevedeva una attenzione sistematica alla verifica della professionalità, nel quale l'incarico dirigenziale era vitalizio e assunto per “anzianità senza demeriti”, a un sistema moderno, auspicato dalla maggior parte della magistratura, fortemente ritmato dalle valutazioni di professionalità quadriennali, dalla valorizzazione della formazione, dalla temporaneità degli incarichi direttivi e dalla verifica del loro corretto svolgimento. Queste innovazioni epocali, che conservano una marcata condivisione da parte del corpo della magistratura, hanno però trovato modalità ancora incompiute di attuazione concreta e in parte hanno modificato, non sempre in modo positivo, il rapporto dei magistrati con il proprio percorso professionale e con la carriera.

Per quanto attiene alle valutazioni di professionalità, c'è da chiedersi se il sistema attuale finalizzato a verificare la persistente idoneità a proseguire in modo qualificato il servizio possa essere diversamente connotato e  possa diventare strumento di orientamento del percorso professionale di ciascuno, evidenziandone le attitudini ai diversi mestieri del magistrato, e favorendo la stratificazioni di valutazioni successive preordinate a fornire elementi di giudizio anche per la selezione in futuri concorsi.

Quanto all'accesso alla carriera dirigenziale, si evidenziano ancora ritardi culturali che portano una parte di noi a qualificare in termini di prestigio e non di servizio la partecipazione a incarichi semi direttivi e direttivi. A questo ritardo culturale si aggiunge una valutazione periodica del direttivo che non sempre evidenzia l'effettivo livello della performance e dà accesso a una prosecuzione dell'esperienza attraverso il conferimento di nuovi incarichi, non sempre validata da una comprovata idoneità alla direzione. Si è poi ingenerata una vera e propria pulsione alla carriera, prima sconosciuta in magistratura; quasi che il mancato coronamento dell'esperienza giudiziaria con un incarico direttivo o semi direttivo fosse controprova di un fallimento professionale. Questo porta in taluni casi a distogliere energie dalle funzioni quotidiane per dislocarle sulla costruzione di titoli fondati su attività extracurricolari, che a loro volta diventano ambite in una logica che privilegia l'acquisizione del titolo allo spirito di servizio.

La mancata trasparenza nell'attribuzione di alcuni titoli rilevanti per la carriera completa il quadro che a tratti rischia di acquisire connotati di carrierismo, burocratismo, acquiescenza ai vertici degli uffici e ricerca della loro approvazione e protezione. Sto descrivendo un fenomeno che è ancora marginale ma visibilmente percepibile e che, se non contrastato, rischia negli anni di spingere la magistratura verso una deriva in contraddizione con il senso autentico del ruolo, con la figura professionale che abbiamo sempre propugnato e con gli stessi principi di autonomia ed indipendenza interna.


Peraltro, se il pericolo è già avvertibile per la magistratura più anziana e strutturata, che si è formata in un contesto nel quale la carriera aveva uno scarsissimo appeal, rispetto alle nuove generazioni il rischio può diventare emergenza. Infatti, gli attuali canali di accesso alla magistratura, che riteniamo debbano essere radicalmente rimeditati, impongono l'ingresso nei ruoli di persone che, dopo la laurea, nel tempo necessario per maturare i titoli che danno accesso al concorso, hanno inevitabilmente maturato esperienze professionali che quasi sempre sono caratterizzate da un rapporto di subordinazione e di gerarchia. Vi è il rischio che questa esperienza venga riportata all'interno del nuovo ruolo e aggravi, in prospettiva, lo scivolamento del corpo dei magistrati verso modelli di conformismo e di sudditanza psicologica ai vertici degli uffici del tutto impropri e antinomici rispetto ai valori costituzionali che caratterizzano il ruolo.


Il nuovo Ordinamento ha poi inciso in modo significativo sul ruolo del CSM e sulla sua percezione da parte della magistratura. La spinta alla carriera direttiva imposta dalle modifiche ordinamentali si traduce in una competizione tra candidati (spesso attenti alla propria valutazione piuttosto che rispettosi della comparazione con gli altri) che talvolta coinvolge impropriamente le correnti come altre forme di sponsorizzazione esterne alla magistratura. In questo contesto, il margine di discrezionalità concesso alle decisioni consiliari e l'inevitabile delusione degli esclusi si traducono in polemiche spesso infondate, che espongono a pericolosa delegittimazione l'istituzione di autogoverno, giungendo a metterne irresponsabilmente in discussione la stessa esistenza.

È certo che il sistema di designazione della dirigenza giudiziaria meriti una rimodulazione e mi auguro che anche questo Congresso possa essere occasione di orientamento per le modifiche da introdurre. Bisogna però, sin da ora, rilevare come in molte occasioni l'opinabilità delle scelte riposi anche sul contributo non puntuale delle articolazioni di autogoverno decentrato. Il sistema vigente prevede infatti, una rete diffusa di articolazioni che - con i loro pareri informativi e valutativi intermedi - incidono significativamente sul materiale a disposizione del CSM per effettuare le proprie scelte. Se tali ineludibili passaggi offrono elementi di ambigua lettura o persino inattendibili e scarsamente aderenti alla realtà, è inevitabile che ciò condizioni le scelte finali. È quindi importante che tutti noi siamo all'altezza delle responsabilità che ci impone un sistema di autogoverno diffuso e profondamente democratico, senza limitarci a criticare la scelta finale.

Il tema della dirigenza è poi fortemente connesso con la questione di genere. La composizione della magistratura, grazie alle immissioni più recenti, vede una componente femminile ormai preponderante. Nonostante questo, i dati relativi all'accesso delle donne alla dirigenza degli uffici è in crescita ma non ancora proporzionata. A fronte di una normazione che non consente di trovare ragioni a questo fenomeno e pur consapevoli che, con il progredire delle generazioni legittimate ad accedere alla dirigenza, il gap si andrà colmando, dobbiamo interrogarci ora se le concrete modalità attraverso le quali è disegnato e realizzato il percorso verso la dirigenza siano, nella sostanza, discriminatori e, in caso affermativo, correre ai ripari, atteso che la guida degli uffici si legittima anche in ragione della sua proporzionata corrispondenza alla composizione di genere degli uffici che bisogna governare.

Una considerazione conclusiva sul tema deve essere destinata al rapporto tra le giovani generazioni di magistrati e l'associazionismo. Vi è il rischio concreto, infatti, che il cortocircuito reciprocamente alimentato tra la spinta al carrierismo e l'intervento delle correnti nelle decisioni dell'autogoverno restituisca alle nuove generazioni l'immagine di un associazionismo politicante che generi rigetto o, peggio, incentivi la militanza in un'ottica di protezione corporativa piuttosto che di partecipazione democratica. Dobbiamo ribadire con l'esempio che l'associazionismo giudiziario è invece il luogo dove più efficacemente vengono custoditi, tutelati e tramandati i valori professionali dell’autonomia e dell'indipendenza; dove si costruisce l'identità culturale del magistrato oltre la stretta dimensione del tecnicismo professionale, dove si praticano il dialogo e il confronto, quali antidoti alla solitudine autoreferenziale che caratterizza la maggior parte delle funzioni. Il luogo, infine, dove si apprende nel modo più corretto l'esatto ambito del ruolo sociale del magistrato, aperto al dialogo esterno in modo sempre composto e ponderato, rispettoso dell'immagine di terzietà che è sempre chiamato ad esprimere.

Abbiamo la responsabilità di rappresentare ai colleghi più giovani l'importanza dell'associazionismo giudiziario; è un compito da cui non possiamo prescindere, un compito di cui dobbiamo dimostrarci all'altezza. Non solo per garantire alla magistratura del futuro magistrati consapevoli del proprio ruolo, ma anche perché se dovessimo fallire questo obiettivo l'associazionismo giudiziario si spegnerà. O – peggio – assumerà torsioni tali da rendere preferibile la sua estinzione.


Eugenio Albamonte
Presidente dell'ANM



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