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20 ottobre 2017

Intervento di Rossana Giannaccari, Componente GEC dell’ANM, Direttrice della rivista “La Magistratura”

Sessione "Accesso e formazione dei magistrati di domani" - 33º Congresso nazionale ANM

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Le nuove frontiere della formazione e l’associazionismo giudiziario


La formazione iniziale ha cambiato volto negli ultimi anni a seguito dell’istituzione della Scuola Superiore della Magistratura ed il settore che ha subito il cambiamento più significativo è stato quello della formazione iniziale dei magistrati.

Si è passati da una formazione basata sulla trasmissione delle conoscenze da parte del magistrato affidatario,  con pochi corsi in sede centrale ad una formazione che,  accanto al tirocinio presso gli uffici giudiziari  prevedeva, secondo l’art. 3 del d.lgs n.26/2006,  un periodo di sei mesi presso la Scuola dei 18 mesi di tirocinio.

La formazione del magistrato, per volontà del legislatore, non doveva limitarsi all’apprendimento di nozioni tecnico giuridiche  ma essere aperti ai diversi “saperi”, avere un respiro più ampio dal punto di vista culturale, aperta ad un confronto più ampio rispetto al passato con colleghi e docenti provenienti da diverse  realtà giudiziarie. La formazione si è allargata a discipline come l’ordinamento giudiziario, la deontologia, il linguaggio giuridico in modo più completo rispetto al passato. Per non parlare del settore linguistico e della formazione in ambito internazionale.

D’altro canto, non può essere privo di significato che la gran parte dei paesi europei affidi la formazione tecnica, quella organizzativa, la formazione socio-comunicativa o quella psicosociale e la formazione valutativa dei propri magistrati a scuole o a istituti nazionali e abbia ormai abbandonato il modello individualistico della trasmissione artigianale del sapere.

Sappiamo bene quali sono state le criticità che hanno accompagnato questo percorso, primo fra tutti la frammentazione del tirocinio e l’inserimento di stages esterni che non sempre hanno trovato l’interesse del giovane magistrato, fortemente interessato ad apprendere il mestiere del giudice.

Eppure, con la  197 del 2016 all’art. 2, comma III, per i soli magistrati dichiarati idonei all’esito dei concorsi banditi negli anni 2014 e 2015 il legislatore ha  ridotto la durata del tirocinio a dodici mesi complessivi, uno solo dei quali dedicato al tirocinio teorico-pratico presso la Scuola della Magistratura.

Si  tratta di un passo indietro.

Si sacrifica il progetto necessario ed ambizioso di  formare un modello di magistrato che  non sia solo attento alla conoscenza delle nozioni ma sappia  interpretare il cambiamento della società civile, percepirne gli stimoli culturali  attraverso i saperi extra giuridici, che solo la formazione presso la Scuola può assicurare.

Il periodo dedicato  alla formazione iniziale e quello destinato alla formazione presso la Scuola appare infatti un periodo di tempo troppo esiguo perché si possa attuare un programma minimo di scambio e di integrazione delle esperienze vissute da magistrati di diversa origine, professionale e territoriale.

Sotto questo profilo va ribadito con forza che la riduzione a un anno della durata complessiva del tirocinio formativo rimanga  vicenda straordinaria, destinata ad attingere i soli sfortunati magistrati dichiarati idonei all’esito dei concorsi banditi negli anni 2014 e 2015, e non sia invece prodromica a una revisione definitiva dell’assetto emerso con la riforma del 2006.

Come in altre occasioni vi è il timore che il regime  transitorio divenga definitivo. 
Tante sono le frontiere delle formazione.

L’introduzione dell’ufficio del processo pone il magistrato, e quindi anche il giovane magistrato in una posizione centrale, attorno alla quale ruotano gli stagisti, i cancellieri ed i magistrati onorari.

Egli dovrà non solo organizzare il proprio ruolo ma verificare l’andamento dell’ufficio del processo e dell’operato dei suoi collaboratori.
Dovrà essere capace di organizzare le risorse per utilizzarle al meglio ma dovrà anche motivare i collaboratori ed essere egli stesso formatore. Dovrà  investire sulla formazione dei tirocinanti e dei GOP,  trasmettere la tecnica di redazione dei provvedimenti, essendo allo stato del tutto teorici gli aggiornamenti professionali.  

Il giovane magistrato si troverà non solo con i propri fascicoli ma con una equipe da coordinare, alla quale trasmettere nozioni giuridiche  ma anche un modello comportamentale.

Allora si comprende quanto sia essenziale la formazione di tutti ma soprattutto dei nuovi magistrati che, privi di esperienza  sul campo saranno chiamati a gestire l’ufficio del processo.

Un ruolo importante deve averlo la formazione centrale, che, attraverso le prassi degli uffici virtuosi potrà fornire al giovane magistrato un modello di riferimento soprattutto nelle prime fasi dell’applicazione della riforma. 

Il giudice deve essere in grado di valorizzare i suoi collaboratori, di trasmettere il sapere giuridico e la consapevolezza della funzione  giurisdizionale, in modo fa formare un team solidale e legato da un obiettivo comune,  che è quello di fornire un servizio efficiente e di qualità.

Accanto  alla comunicazione interna un altro sentiero che va esplorato è la capacità di  comunicazione all’esterno del processo.

Il rapporto tra magistratura e informazione è delicato ed è impensabile pensare di liquidarlo in poche battute.

Certamente una buona comunicazione ed una corretta informazione sono essenziali per accrescere la fiducia nel sistema giustizia e per accrescere la fiducia dei cittadini.

Ma un dato di fatto si impone oggi alla nostra attenzione:



  • una comunicazione inappropriata dei magistrati, dichiarazioni ai media e  comportamenti inaccettabili, anche se non integrano  fattispecie disciplinarmente rilevanti, appannano l’immagine della magistratura. Da qui la necessità di un modello comportale anche fuori delle aule di giustizia, attraverso il richiamo al codice etico.

  • i mass  media e la politica strumentalizzano le decisioni giudiziarie o per propri fini o per soddisfare l’interesse del pubblico e non il  pubblico interesse.


Anche su questo versante si gioca il ruolo della formazione dei magistrati, affidata alla Scuola ed al CSM che nelle linee programmatiche della formazione per l’anno 2017 ha inserito il tema della comunicazione.

Un ultimo aspetto per concludere il mio breve intervento per poi lasciare spazio agli illustri relatori.
Quale ruolo riveste l’associazionismo giudiziario nella formazione?

Purtroppo negli ultimi anni si registra una disaffezione all’associazionismo, forse per l’equazione associazionismo = correntismo.

Eppure l’associazionismo è terreno di confronto e di crescita per il magistrato dentro e fuori gli uffici giudiziari.

Il  CSM ha disegnato  un modello partecipato di autogoverno attraverso il  procedimento per la formazione delle tabelle ed  i programmi di gestione, attraverso una gestione partecipata nelle scelte organizzative dell’ufficio.

Ancora, il magistrato moderno partecipa all’uniformità del diritto attraverso le riunioni ex art. 47 quater dell’Ord. Giudiziario.
Fare associazione significa essere presenti nelle singole realtà giudiziarie, coglierne i problemi di quella realtà giudiziaria, intervenire nelle vicende che interessano i colleghi, sia  in difesa, sia per denunciare criticità, significa essere e protagonisti attivi delle scelte di un ufficio.

Ma è anche aprirsi a sfide più ampie attraverso il confronto, nel pluralismo culturale che è un patrimonio per la magistratura. 
Un altro aspetto è di più ampio respiro; essere consapevoli di quanto accade all’esterno, quali sono  le riforme che incidono sulla nostra funzione, sul nostro lavoro quotidiano e sull’indipendenza perché bisogna evitare che le riforme passino sulla nostra testa, dobbiamo essere interlocutori qualificati, partecipando al dibattito culturale nelle sedi opportune, con continenza e sobrietà dei modi.

Infine vi è l’apertura della magistratura alla società civile con i progetti di legalità, attraverso i confronti con le scuole, su cui l’ANM ha tanto investito negli ultimi anni attraverso i progetti sulla legalità.

L’ANM è anche il luogo in cui si tutelano il trattamento economico e previdenziale,   che contribuiscono a dare dignità al magistrato.
L’associazione è un luogo aperto dove lo scambio di idee avviene in libertà ed è uno  stimolo per il CSM e la politica. E’ importante resistere alla tentazione dell’isolamento che ci fa guardare all’interno del nostro orticello,  dalla tentazione di rincorrere attraverso “cordate” gli interessi di categoria che possono cambiare nel tempo.

A voi giovani magistrati il compito di scrivere le pagine di domani dell’Associazione Nazionale Magistrati.


Rossana Giannaccari
Componente della Giunta Esecutiva Centrale dell’ANM, Direttrice della rivista “La Magistratura”


 



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