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10 ottobre 2012

"Girolamo Tartaglione, l'aspetto umano e credibile dello Stato"

"Direttore Generale degli AffariPenali del Ministero della Giustizia, Girolamo Tartaglione vieneucciso a Roma dalle Brigate Rosse il 10 ottobre 1978. Tra i "padri"della riforma penitenziaria del 1975, con passione civile eprofessionale aveva lavorato per anni all'attuazione del precettocostituzionale per cui la pena deve tendere al reinserimentosociale del condannato, e per un trattamento penitenziariorispondente alle reali necessità di ciascuno e rispettoso dellapersona del detenuto. E viene assassinato proprio perchè "credevanello Stato, e ne rappresentava l'aspetto umano e credibile".


(Tratto dalla pubblicazione del
Consiglio Superiore della Magistratura "Nel loro segno")



Girolamo Tartaglione

(Napoli, 27 settembre 1913 -Roma, 10 ottobre 1978),
Direttore Generale degli Affari Penali, vittima del terrorismo di
estrema sinistra negli anni di piombo.



Sono le 14.00 del 10 ottobre 1978
quando Girolamo Tartaglione viene assas¬sinato sulle scale di casa
mentre rientra dal Ministero. A sparare sono in tre. L'omicidio è
firmato Brigate Rosse. La rivendicazione perverrà alla sede romana
del Corriere della Sera.

Da poco tempo, il magistrato, già residente a Napoli, ha deciso di
andare a vi¬vere a Roma in viale delle Milizie vicino al luogo di
lavoro. È conosciuto da tutti come un esperto europeo del diritto
penale, della criminologia e, soprattutto, del diritto
penitenziario avendo contribuito alla elaborazione della legge
sull'ordina¬mento penitenziario del 1975. È stata la sua l'attività
"riformatrice" del sistema penale a farlo divenire obiettivo delle
Brigate Rosse, come esse stesse scriveranno nel volantino di
rivendicazione. Ma Tartaglione era stato anche coinvolto nel caso
della terrorista Paola Besuschio, che, durante il rapimento
dell'on. Aldo Moro, era stata al centro di una trattativa che
puntava ad ottenere per lei la grazia in cambio della liberazione
dello statista. E nell'occasione, il magistrato aveva espresso
sulla questione il suo parere negativo.

Vitaliano Esposito attuale Procuratore Generale della Cassazione e
suo allievo, ricorda il clima di commozione che seguì alla tragica
morte. E scrive addolorate parole: "Solo la memoria dell'applauso
spontaneo, lungo e struggente - che ha coronato gli estremi onori a
lui resi a Napoli in forma privata - può servire per sottolineare
la stima e l'affetto di cui godeva presso tutti coloro che lo
avevano conosciuto. E questo applauso costituisce l'elogio più
significativo ad una vita nobilmente spesa da un uomo buono e mite
per la causa dei diritti fondamentali dell'uomo e per tale causa
violentemente recisa".

E nel 1998, il Presidente della Camera dei Deputati Luciano
Violante, nel 1998, durante la giornata di commemorazione del
giudice scriverà: "Tartaglione fu ucciso perché credeva nello Stato
e nelle istituzioni democratiche, perché ne rappresentava l'aspetto
umano e credibile. Da magistrato e da operatore del diritto non
smise mai, neanche nel 1978, dopo l'uccisione del giudice Palma e
di Aldo Moro, di lavorare per l'attuazione della riforma
carceraria, per l'umanizzazione della pena, per il miglioramento
delle condizioni.

Dopo l'ingresso in magistratura, Girolamo Tartaglione è Sostituto
Procuratore della Repubblica a Santa Maria Capua Vetere e a Napoli;
poi Procuratore capo a Sant'Angelo dei Lombardi. Nel 1956 viene
collocato fuori ruolo presso la Dire¬zione generale degli Istituti
di prevenzione e di pena. Torna quindi nella giurisdi¬zione come
Consigliere della Corte di Appello di Bari, e quindi, come
Consigliere di Cassazione. Nel 1974, rientra a Napoli alla Procura
generale della Corte di Ap¬pello con funzioni di Avvocato generale;
nel 1976 diviene Direttore generale degli affari penali del
Ministero della Giustizia. Svolge con impegno il nuovo ruolo, forte
anche delle esperienze che ha maturato in Italia e all'estero nei
più qualificati organismi internazionali operanti nel settore della
prevenzione del crimine e della giustizia penale. Come scrisse
Luigi Daga, uno dei suoi allievi prediletti, anch'egli caduto per
mano criminale, Tartaglione lavorò con entusiasmo e passione alla
pre¬parazione della nuova legge sull'ordinamento penitenziario",
convinto com'era della necessità di applicare compiutamente il
precetto costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla
rieducazione del condannato e convinto altresì che il trat¬tamento
penitenziario dovesse essere differenziato e quindi rispondente
alle reali necessità di ciascuno". Nella Direzione Generale degli
Istituti di Prevenzione e Pena, Tartaglione aveva poi organizzato
una struttura di assistenza ai detenuti e alle loro famiglie,
collaborato al sostegno dei figli dei detenuti, insistito perché la
pena fosse differenziata e commisurata alle peculiari soggettività
in campo.

Nel 1989, nel discorso introduttivo alla giornata di studio «Gli
scritti di Girolamo Tartaglione», Giuliano Vassalli, allora
Ministro della Giustizia, sottolineò come Tartaglione fosse stato
per lui, "una miniera di informazioni, sul trattamento dei
detenuti, sui limiti di liceità (quali valutati negli istituti) di
taluni interventi nel trattamento, sui riesami della pericolosità.
Rimasi veramente ammirato di tanta competenza specifica associata a
tanta capacità di riflessione".

A sua volta, il magistrato Giuseppe Di Gennaro nei suoi " Studi
criminologici" afferma: "a testimonianza della modernità del
pensiero di Girolamo Tartaglione" ricordo che si "occupò ampiamente
della problematica legata alla criminalità economica ... anticipò i
tempi con le sue preoccupazioni su ciò che costituisce una delle
piaghe della società moderna. Nel vasto tema della criminalità
degli affari egli è stato capace di guardare criticamente alle
disposizioni legislative obsolete ed inefficaci, sopratutto, alla
assoluta insufficienza ed inefficienza dei controlli. Riconosce e
mette in guardia dalle spaccature che si vengono a creare in
seguito all'incapacità del potere legislativo di mantenere il.
passo con l'evoluzione delle situazioni in campo economico ...
Tartagliane non ha timore di additare le responsabilità a livello
politico" e suggerisce i rimedi contro questo stato di cose. "Senza
rinunziare alle sanzioni penali, ma tenendo conto della tendenza
verso la depenalizzazione, propone di definire meglio e più
dettagliatamente le fattispecie criminose che coinvolgono chi ha
una qualsiasi ingerenza nell'assegnazione e nell'erogazione di
finanziamenti e di age¬volazioni creditizie e chi si procura
benefici di questo genere...".

E, forse, non è inopportuno sottolineare come furono la cultura
della giurisdi¬zione e la passione per le sue funzioni di
magistrato a indurre lo stesso Tartaglione - in un Convegno
tenutosi a Venezia un anno prima della sua morte - ad affrontare
anche il complesso terna dei rapporti tra giustizia e politica
indicando quella che, a suo avviso, era la via maestra di ogni
giudice o pubblico ministero: "Gli indirizzi degli inquirenti nella
scelta di alcune piste sono spesso condizionati da pregiudiziali
politiche, con effetti sconcertanti per l'opinione pubblica, per la
perdita di tempo prezioso nelle investigazioni e per i costi
esagerati di attività indaginose condotte in senso sbagliato. Il
magistrato deve attenersi esclusivamente ai valori che sono
enunciati esplicitamente o chiaramente individuati come informatori
delle norme positive; deve essere capace di operare un lavoro di
depurazione della propria cultura, mettendo da parte ubbie
personali, pregiudizi di casta o simpatie ideologiche".




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