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26 luglio 2013

In ricordo di Rocco Chinnici

title="Chinnici2013">Rocco Chinnici  (Misilmeri, 19 gennaio 1925 - Palermo, 29 luglio1983)Consigliere istruttore presso ilTribunale di Palermo, assassinato, con la scorta e il portieredello stabile, dalla mafia.Rocco Chinnici venne assassinato dalla mafia a Palermo il 29 lugliodel 1983 mentre sta per recarsi al lavoro. Quando esce dalla suaabitazione, saluta il portinaio e due agenti vigili sulmarciapiede. L'Alfetta blindata è pronta a partire, le autod'appoggio sbarrano le strade circostanti.


Rocco Chinnici 

(Misilmeri, 19 gennaio 1925 - Palermo, 29 luglio
1983)

Consigliere istruttore presso il Tribunale di Palermo,
assassinato, con la scorta e il portiere dello stabile, dalla
mafia.



Rocco Chinnici venne assassinato
dalla mafia a Palermo il 29 luglio del 1983 mentre sta per recarsi
al lavoro. Quando esce dalla sua abitazione, saluta il portinaio e
due agenti vigili sul marciapiede. L'Alfetta blindata è pronta a
partire, le auto d'appoggio sbarrano le strade circostanti. Ma, i
killer pigiano sul bottone detonatore; una Fiat 126, parcheggiata
lì la notte prima e imbottita di tritolo, salta in aria e si
disintegra in mille proiettili di ferro arroventato. L'asfalto
sprofonda. Dilaniato il giudice Chinnici. Irriconoscibili gli
uomini della tutela, i carabinieri Mario Trapassi ed Edoardo
Bartolotta. Muore anche Stefano Lisacchi: il portinaio di via
Pipitone 63, detto don Stefano.



Pochi giorni prima - ricorda
Giovanni Paparcuri, l'autista sopravvissuto all'attentato -
Chinnici aveva convocato gli uomini della scorta nel suo ufficio.
Era agitato e disse: «State attenti alle auto e ai furgoni di
grossa cilindrata. Hanno rubato un'automobile blindata della
Regione Sicilia. Si parla di un attentato contro un magistrato.
Sono preoccupato per voi. Se volete abbandonare la mia protezione
il problema non si pone». Ma nessuno lo abbandonò. Temeva per loro,
dunque, ma non per sé: "La cosa peggiore che possa accadere", aveva
dichiarato il magistrato qualche tempo prima in un'intervista, "è
essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con
la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero
che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia
scorta. Per un magistrato come me è normale considerarsi nel mirino
delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri
giudici di continuare a lavorare».



I processi per il delitto Chinnici
sono stati numerosi e come sempre l'iter giudiziario è stato lungo
e complesso, ma al suo termine si è giunti a una pronuncia
definitiva con dodici condanne all'ergastolo: tra i responsabili
dell'attentato Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Antonino
Madonia e Giuseppe Calò.



Rocco Chinnici nasce nel 1925 a
Misilmeri. Dopo la maturità conseguita nel 1943 presso il Liceo
Classico "Umberto I" a Palermo, si iscrive alla Facoltà di
Giurisprudenza del capoluogo, dove si laurea nel 1947. L'ingresso
in magistratura risale al 1952; poi due anni di uditorato a
Trapani; quindi l'incarico di pretore a Partanna, per dodici anni.
Nel maggio del 1966 viene trasferito a Palermo, presso l'Ufficio
Istruzione del Tribunale. Dal 1979, è chiamato a dirigerlo.



"Rocco fu assassinato nel luglio
del 1983, agli inizi di questo decennio, quando ancora erano
grandemente lacunose le concrete conoscenze sul fenomeno mafioso,
che non era stato ancora visitato dall'interno, come poi fu
possibile nella stagione dei "pentiti". Eppure la sua capacità di
analisi e le sue intuizioni gli avevano permesso già nel 1981 ...
di formarsi una visione del fenomeno mafioso che non si discosta
affatto da quella che oggi ne abbiamo, col supporto però di tanto
rilevanti acquisizioni probatorie, passate al vaglio delle
verifiche dibattimentali. Le dimensioni gigantesche della
organizzazione, la sua estrema pericolosità, gli ingentissimi
capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni di
oltreoceano e con quelle similari di altre regioni d'Italia, le
peculiarità del rapporto mafia-politica, la droga ed i suoi effetti
devastanti, l'inadeguatezza della legislazione: c'è già tutto negli
scritti di Chinnici, risalenti ad un periodo in cui scarse erano le
generali conoscenze ed ancora profonda e radicata la disattenzione
o, più pericolosa, la tentazione, sempre ricorrente, alla
connivenza. Eppure, né la generale disattenzione né la pericolosa e
diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso - spesso
confinante con la collusione - scoraggiarono mai quest'uomo, che
aveva, come una volta mi disse, la 'religione del lavoro"'.

Con queste parole Paolo Borsellino ricorda il collega Rocco
Chinnici, nella prefazione a una raccolta postuma dei suoi scritti
intitolata, "L'illegalità protetta". Di lì a pochi anni anche
Borsellino - che nel 1980 proprio da Chinnici fu chiamato a
lavorare nell'Ufficio Istruzione di Palermo - avrebbe conosciuto
analoga, drammatica fine.

«Un mio orgoglio particolare» , rivelò Chinnici in un'intervista,
«è una dichiarazione degli americani secondo cui l'Ufficio
Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un
esempio per le altre Magistrature d'Italia. I magistrati
dell'Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e
battagliero».

Il primo grande processo alla mafia, il cosiddetto maxiprocesso di
Palermo è il risultato del lavoro istruttorio iniziato da Chinnici
e proseguito da alcuni giovani magistrati che egli aveva chiamato a
lavorare accanto a sé: oltre a Borsellino, Giovanni Falcone e
Giuseppe Di Lello.



Giovanni Chinnici frequentava il
Liceo, il "Meli" di Palermo, quando il padre fu ucciso. «Ricordo",
dice, che "in quegli anni lui - che era capo dell'Ufficio
Istruzione del Tribunale di Palermo - teneva spesso delle
conferenze nelle scuole, per spiegare ai giovani il potere della
mafia e i pericoli della diffusione delle droghe. Veniva spesso
anche nel nostro istituto. Ricordo bene quegli incontri: c'era una
fortissima partecipazione degli studenti, talmente grande che io
stesso ne rimanevo sorpreso. Probabilmente le doti professionali e
le capacità comunicative di papà erano particolarmente apprezzate.
Ne ero orgoglioso. In quegli anni vedevo alcuni miei coetanei
perdersi nell'eroina ed ero già abbastanza grande da capire come le
cose di cui parlava papà erano importanti, e che era da apprezzare
il nuovo senso che dava alla sua professione: al ruolo più
istituzionale, e se vogliamo più burocratico, delle indagini,
affiancava quello sociale della sensibilizzazione, del dialogo e
della trasmissione di un buon esempio alle giovani
generazioni".



Alla domanda sui perché
dell'omicidio del padre, Giovanni Chinnici risponde: "Ci sono in
particolare due aspetti del suo impegno professionale che credo
indebolirono e preoccuparono particolarmente i sodalizi criminali.
Mio padre introdusse una novità importante nell'organizzazione
dell'attività dei giudici istruttori: fu l'inventore del lavoro di
gruppo, della condivisione delle informazioni relative a indagini
che, sebbene distinte e separate, avrebbero poi mostrato, come lui
intuì, una comune regia. Questa condivisione di informazioni
rafforzò le indagini, e dunque spaventò la mafia. I gruppi che lui
creò erano gli antesignani dei pool antimafia. Fu lui, inoltre, che
nell'80 chiamò a lavorare nel suo ufficio magistrati come Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino: è in quel momento che vennero poste le
basi per quello che sarebbe diventato il maxiprocesso. Papà era poi
profondamente convinto che la presenza della mafia penalizzasse in
maniera profonda lo sviluppo economico del territorio siciliano.
Oggi, con questo concetto, abbiamo tutti una certa familiarità, ma
allora era un'idea totalmente nuova, e considerata anche
stravagante, quando non apertamente infondata, dalla maggior parte
dei suoi colleghi e soprattutto dalla politica. In molti pensavano,
piuttosto, che la mafia aiutasse, proteggendole, le attività
locali. E credo che anche questa convinzione che mio padre aveva
sul ruolo della mafia abbia preoccupato i sodalizi criminali. Nel
2003, noi familiari assieme ad alcuni amici ed estimatori di papà
abbiamo dato vita a una Fondazione a lui intitolata che intende
portare avanti le sue due principali idee: quella dello studio e
dell'analisi sulle infiltrazioni della criminalità nel tessuto
economico e quella della intensa sensibilizzazione della
collettività e specie dei giovani alla cultura del rispetto delle
regole" (tratto dalla pubblicazione "Nel loro segno" del
Csm).




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