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18 luglio 2021

"Una riforma preoccupante così gli imputati avranno maggiori diritti delle vittime"

Il presidente dell'ANM Giuseppe Santalucia intervistato da "La Stampa"


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Giuseppe Santalucia, presidente dell'Associazione nazionale magistrati, davvero i tempi della prescrizione previsti dalla riforma Cartabia rischiano di far saltare 150 mila processi?
«Le scelte compiute dal governo sul versante della prescrizione sono motivo di seria e fondata preoccupazione. Si assegnano tempi definiti ai giudizi di impugnazione – di regola, due anni per l'appello e un anno per la cassazione – ma lo si fa in forza di scelte compiute in astratto e senza una adeguata considerazione dello stato concreto in cui versano alcune Corti di appello. È facile prevedere che in molti casi le Corti di appello – e qualche timore ha ragion d'essere anche per la Corte di cassazione – non riusciranno a rispettare quei tempi ristretti. L'effetto sarà che andranno in fumo molti processi, perché lo sforamento di quei tempi determinerà l'improcedibilità dell'azione penale. La sentenza di primo grado cadrà nel nulla e l'accertamento penale sarà definitivamente precluso. E ciò, si badi, senza che il reato sia stato estinto dalla prescrizione, dal decorso del tempo».


Secondo lei la prescrizione così com'è ipotizzata rispetta il principio per cui non si delude la domanda di giustizia delle vittime né si lede la garanzia per gli imputati?
«Gli imputati conserveranno il diritto di poter impedire che, decorso il tempo assegnato, il processo si debba arrestare, incompiuto, per la improcedibilità dell'azione. Una stessa facoltà non è prevista per le vittime e per le parti civili, le quali, pur avendo ottenuto giustizia in un grado di giudizio, saranno esposte al rischio che tutti sfumi in una sentenza di non doversi procedere a conclusione di un giudizio di impugnazione».


Quali sono i punti più rilevanti della riforma Cartabia? Possono essere migliorati?
«Tra quelli apprezzabili ci sono la semplificazione del sistema di notificazione degli atti del processo, il maggior impiego delle risorse informatiche per la formazione, la conservazione e il deposito degli atti processuali, il ricorso ai collegamenti a distanza per lo svolgimento delle udienze. E anche l'archiviazione per particolare tenuità del fatto e alla messa alla prova. Forse si poteva fare di più per il patteggiamento e il giudizio abbreviato, che sono i procedimenti con cui si evita il dibattimento e conseguentemente si riducono sensibilmente i tempi dei processi. E si poteva essere più coraggiosi nell'intervenire sullo strumento dell'appello, per diminuire il numero eccessivo dei giudizi di impugnazione, che oggi costituiscono un pesante fardello sulle Corti di appello».


Da anni la giustizia è un elemento altamente divisivo in Italia. Ritiene che la riforma possa portare equilibrio?
«Me lo auguro vivamente. Spero e confido che buone riforme possano contribuire a che l'amministrazione della giustizia riacquisti la credibilità in parte perduta. Ci sono le condizioni perché avvenga».


La riforma evidenzia possibili carenze di organico?
«Soprattutto carenze del personale amministrativo. Gli uffici giudiziari non si reggono soltanto sui magistrati e il lavoro dei magistrati spesso non può raggiungere i risultati sperati perché gli uffici di cancelleria sono in cronica sofferenza di mezzi e di personale. I guasti che si sono creati nei decenni precedenti, in cui gli uffici giudiziari sono stati pesantemente trascurati, sono tanti e gli effetti ancora si avvertono».


Cosa pensa del fatto che l'ex pm Piercamillo Davigo sia stato indagato per il caso della loggia Ungheria?
«Posso solo dire, generalizzando la considerazione, che può capitare a chiunque, in un sistema come il nostro che impone l'obbligo di indagine per ogni notizia di reato, di essere sottoposto a procedimento. Quello che è importante è conservare la fiducia e il rispetto per la Giustizia ed affidarsi ai meccanismi, assolutamente garantiti, del processo per fare emergere la verità dei fatti».


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