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26 marzo 2022

Forum con Giuseppe Santalucia, presidente dell'Associazione nazionale magistrati

"Riforma Cartabia? Molte criticità ma alla Giustizia serve un cambiamento"


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Intervistato dal direttore Carlo Alberto Tregua, il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, risponde alle domande del QdS.


Presidente Santalucia, l'Anm ha espresso riserve sulla riforma della Giustizia concepita dal ministro Cartabia. Tuttavia, un cambio di passo è necessario?
"Assolutamente sì e nessuno lo nega. A nostro parere, però, la strada imboccata non è quella giusta. Ci sono diverse criticità che abbiamo messo in evidenza. A cominciare dal tema della valutazione di professionalità. A scanso di equivoci, nessuno è contrario affinché venga passato al vaglio l'operato di un giudice. Ma la legge già prevede una disamina periodica: di base, ogni quattro anni per sette volte durante la carriera (dunque fino al ventottesimo anno di servizio), a cui si aggiungono valutazioni 'straordinarie' ogni qualvolta un magistrato faccia domanda per un incarico. Quindi, che senso ha creare un sistema come quello dei voti che non porta ad altro se non a un'inutile potenziale competitività? Se io prendo 7 e il mio collega prende 9, si può formare un'ansia da competizione che non giova alla serenità di nessuno, meno che mai della Magistratura. Piuttosto, questo sì, arricchiamo e potenziamo quanto già essiste".


Altro aspetto strettamente collegato è quello della valutazione da parte degli avvocati...
"Anche qui: la figura dell'avvocato è già presente nei Consigli giudiziari. Quando si tratta di giudicare un magistrato, però, l'avvocato non ha quel diritto di voto che, invece, la riforma introduce. Ma chiariamoci anche su questo punto. La nostra non è una levata di scudi nei confronti dell'Avvocatura. Però, perché introdurre elementi di conflittualità, soprattutto nei piccoli Distretti, fra avvocati e magistrati, quando i primi già ora, se un giudice ha commesso qualcosa di commendevole, hanno la possibilità di fare una segnalazione? Senza contare, poi, che gli avvocati sono già presenti all`interno del Csm, con il dovere per quattro anni di non esercitare la professione".


A proposito di Consiglio superiore della magistratura, la riforma ne tocca anche il sistema elettorale...
"Che è e resta maggioritario".


Dunque, cosa cambia?
"Poco. La principale modifica riguarda il Collegio, che da unico nazionale si fraziona in macrocollegi per giudici di merito e pubblici ministeri. Ma un sistema maggioritario va bene quando si tratta di eleggere dei governi che necessitano di stabilità. Il Csm, invece, è un organo di garanzia per la composizione del quale è più indicato il proporzionale, poiché viene rappresentata la Magistratura nella sua reale pluralità di voci e di posizioni. Sul punto devo ammettere che la stessa Anm non è compatta. Abbiamo comunque indetto un referendum al quale hanno partecipato 4.800 colleghi, 3.900 dei quali, quindi a larga maggioranza, si sono espressi a favore del proporzionale. Comprendo che tutte le criticità che abbiamo evidenziato possano infondere la sensazione di una lotta corporativa. Ma io in tutte le mie relazioni ho precisato che la Magistratura non è in lotta proprio con nessuno. Anzi, essendo un'istituzione di garanzia, il conflitto proprio non ci appartiene. Però, questo sì, abbiamo bisogno di riforme che mettano ordine e che ricreino uno spazio di serenità, affinché possa essere apprezzato il nostro lavoro". 

Organico dei magistrati: ne mancherebbero circa un migliaio. Ma la sensazione è che sull'argomento ci sia poca sensibilità. Come mai?
"Attualmente il numero dei giudici in servizio è di circa 9.300 con l'obiettivo di arrivare a 10.600. Tuttavia, soprattutto negli ultimi anni, stiamo notando un'enorme difficoltà a colmare gli organici, essenzialmente perché non si trovano persone idonee. E questo è un problema enorme. Che ha le sue radici soprattutto nel mondo dell'Università e della formazione. Oggi le commissioni di concorso fanno fatica a reclutare candidati idonei. Certo, nel mezzo, fra l'Università e il Concorso in Magistratura, si collocano i corsi di preparazione. Evidentemente non basta, se nell'ultimo concorso solo il 5-6 per cento dei partecipanti alle prove scritte è stato ammesso all'orale. Molti pongono l'accento su quanto gli esami siano rigidi. Ma la severità è l'unico aspetto su cui, stante la delicatezza del ruolo di un giudice, non si può transigere".


Se la situazione è quella appena descritta, perché, allora, trasferire magistrati a funzioni di consulenza?
"Perché non intacca minimamente la pianta organica: già dal 2001 il legislatore ha previsto duecento unità destinate a incarichi cosiddetti 'fuori ruolo'. Per cui l'organigramma prevede, poniamo, quattromila giudici, il dato reale è di 4.200. A dimostrazione che se un magistrato va in 'fuori ruolo' non mette in sofferenza gli uffici perché, appunto, questa differenza di duecento unità è stata già messa in conto. Se poi si desidera fare una razionalizzazione, eliminando alcuni 'fuori ruolo', magari meno vicini alla giurisdizione, lo si faccia pure. Ma senza toccare i tanti che gravitano attorno al sistema Giustizia: non sarebbe la scelta giusta".

Un altro cardine della riforma Cartabia riguarda lo stop alle porte girevoli tra magistratura e politica. Qual è la sua opinione in merito? 
"Una questione che noi abbiamo sollevato da anni: un giudice che abbandona temporaneamente la toga per andare a fare politica e poi torna, crea un'immagine poco consona alla magistratura stessa. Il legislatore, sul punto, per anni non ha fatto niente. Adesso sta intervenendo con però una non adeguata attenzione ai profili di compatibilità costituzionale. Le modifiche prevedono che un magistrato che ha terminato un'esperienza in politica e vuole rientrare in ruolo, non possa farlo, ma debba essere assegnato a funzioni amministrative. Tuttavia, la Costituzione prevede che i dipendenti pubblici che vanno a ricoprire incarichi istituzionali politici mantengano il diritto alla conservazione del posto di lavoro. Dunque, questa novità introdotta dalla riforma è compatibile con la Carta costituzionale? Lo abbiamo segnalato, come per tutte le altre criticità, in un'ottica costruttiva, con la finalità di dare vita alla migliore riforma possibile. Magari si può evitare di assegnare un magistrato che rientra da un ruolo politico a una funzione per così dire 'di prima linea'. Ma impedirgli per tutta la vita di tornare a fare il magistrato, probabilmente, può essere in contrasto con la Costituzione. Per quanto riguarda le 'porte girevoli', tuttavia, tengo a precisare che, a oggi, per la Magistratura lo considero un non problema. A meno che non si vogliano ritenere tali due magistrati eletti tra Camera e Senato e uno al Parlamento europeo. Detto ciò, è giusto mettere dei paletti. Che significa, però, che anche se vieni eletto consigliere comunale o nominato assessore a livello locale, devi comunque metterti in aspettativa obbligatoria. La mancanza di sensibilità individuale può portare a una generalizzazione sbagliata".


Un argomento che la riforma sembra non toccare è quello della separazione delle carriere. Lei cosa ne pensa?
"In realtà è prevista una maggiore divisione delle funzioni. Anche in questo caso, però, si tratta di un cambiamento poco convincente, con quella 'scelta di inizio carriera' che rischia di diventare quasi irreversibile. Perché, se uno opta per fare il pubblico ministero appena vinto il concorso, dovrebbe fare solo quello per tutta la vita? È forse indice di maggiore garanzia? A nostro avviso, no. Il pm è pur sempre un magistrato. Anzi, se scandagliamo il Codice di procedura penale troveremo delle norme che indicano una sorta di 'obbligo' per l'accusa di andare a valutare elementi a favore dell'imputato. Un pubblico ministero che farà solo quello, invece, sarà soggetto a una 'ansia da risultato', diventando quasi un inquisitore (un po' come nel sistema americano) che punta ad ottenere condanne. Oggi il pm non ha un ruolo simile: l'unico obiettivo è quello della giustizia. E in questo contesto anche un'assoluzione è un risultato. Una direzione positiva, invece, la riforma l'ha presa con la figura del 'giudice filtro'. Che già esiste ed è incarnata, solo per i reati più gravi, dal Gip e che adesso si vuole estendere anche ad altre fattispecie. Una scelta che accentua l`importanza del livello prognostico: non serve imbastire processi che già si individuano essere deboli. Bisogna evitare di intasare per niente le aule dei tribunali: a farne le spese sarebbero solo coloro che della Giustizia hanno realmente necessità".

 



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