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12 novembre 2013

In ricordo di Girolamo Tartaglione

Direttore generale degli Affari penali, vittima del terrorismo di estrema sinistra negli anni di piombo.


Girolamo-Tartaglione.jpg  Girolamo Tartaglione

(Tratto dalla pubblicazione del Consiglio Superiore della Magistratura "Nel loro segno")

Girolamo Tartaglione
(Napoli, 27 settembre 1913 -Roma, 10 ottobre 1978),
Direttore Generale degli Affari Penali, vittima del terrorismo di estrema sinistra negli anni di piombo.

Sono le 14.00 del 10 ottobre 1978 quando Girolamo Tartaglione viene assassinato sulle scale di casa mentre rientra dal Ministero. A sparare sono in tre. L'omicidio è firmato Brigate Rosse. La rivendicazione perverrà alla sede romana del Corriere della Sera. Da poco tempo, il magistrato, già residente a Napoli, ha deciso di andare a vivere a Roma in viale delle Milizie vicino al luogo di lavoro. È conosciuto da tutti come un esperto europeo del diritto penale, della criminologia e, soprattutto, del diritto penitenziario avendo contribuito alla elaborazione della legge sull'ordinamento penitenziario del 1975. È stata la sua l'attività "riformatrice" del sistema penale a farlo divenire obiettivo delle Brigate Rosse, come esse stesse scriveranno nel volantino di rivendicazione. Ma Tartaglione era stato anche coinvolto nel caso della terrorista Paola Besuschio, che, durante il rapimento dell'on. Aldo Moro, era stata al centro di una trattativa che puntava ad ottenere per lei la grazia in cambio della liberazione dello statista. E nell'occasione, il magistrato aveva espresso sulla questione il suo parere negativo.

Vitaliano Esposito attuale Procuratore Generale della Cassazione e suo allievo, ricorda il clima di commozione che seguì alla tragica morte. E scrive addolorate parole: "Solo la memoria dell'applauso spontaneo, lungo e struggente - che ha coronato gli estremi onori a lui resi a Napoli in forma privata - può servire per sottolineare la stima e l'affetto di cui godeva presso tutti coloro che lo avevano conosciuto. E questo applauso costituisce l'elogio più significativo ad una vita nobilmente spesa da un uomo buono e mite per la causa dei diritti fondamentali dell'uomo e per tale causa violentemente recisa".

E nel 1998, il Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante, nel 1998, durante la giornata di commemorazione del giudice scriverà: "Tartaglione fu ucciso perché credeva nello Stato e nelle istituzioni democratiche, perché ne rappresentava l'aspetto umano e credibile. Da magistrato e da operatore del diritto non smise mai, neanche nel 1978, dopo l'uccisione del giudice Palma e di Aldo Moro, di lavorare per l'attuazione della riforma carceraria, per l'umanizzazione della pena, per il miglioramento delle condizioni.

Dopo l'ingresso in magistratura, Girolamo Tartaglione è Sostituto Procuratore della Repubblica a Santa Maria Capua Vetere e a Napoli; poi Procuratore capo a Sant'Angelo dei Lombardi. Nel 1956 viene collocato fuori ruolo presso la Direzione generale degli Istituti di prevenzione e di pena. Torna quindi nella giurisdizione come Consigliere della Corte di Appello di Bari, e quindi, come Consigliere di Cassazione. Nel 1974, rientra a Napoli alla Procura generale della Corte di Appello con funzioni di Avvocato generale; nel 1976 diviene Direttore generale degli affari penali del Ministero della Giustizia. Svolge con impegno il nuovo ruolo, forte anche delle esperienze che ha maturato in Italia e all'estero nei più qualificati organismi internazionali operanti nel settore della prevenzione del crimine e della giustizia penale.

Come scrisse Luigi Daga, uno dei suoi allievi prediletti, anch'egli caduto per mano criminale, Tartaglione lavorò con entusiasmo e passione alla preparazione della nuova legge sull'ordinamento penitenziario", convinto com'era della necessità di applicare compiutamente il precetto costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e convinto altresì che il trattamento penitenziario dovesse essere differenziato e quindi rispondente alle reali necessità di ciascuno". Nella Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, Tartaglione aveva poi organizzato una struttura di assistenza ai detenuti e alle loro famiglie, collaborato al sostegno dei figli dei detenuti, insistito perché la pena fosse differenziata e commisurata alle peculiari soggettività in campo.

Nel 1989, nel discorso introduttivo alla giornata di studio «Gli scritti di Girolamo Tartaglione», Giuliano Vassalli, allora Ministro della Giustizia, sottolineò come Tartaglione fosse stato per lui, "una miniera di informazioni, sul trattamento dei detenuti, sui limiti di liceità (quali valutati negli istituti) di taluni interventi nel trattamento, sui riesami della pericolosità. Rimasi veramente ammirato di tanta competenza specifica associata a tanta capacità di riflessione".

A sua volta, il magistrato Giuseppe Di Gennaro nei suoi " Studi criminologici" afferma: "a testimonianza della modernità del pensiero di Girolamo Tartaglione" ricordo che si "occupò ampiamente della problematica legata alla criminalità economica ... anticipò i tempi con le sue preoccupazioni su ciò che costituisce una delle piaghe della società moderna. Nel vasto tema della criminalità degli affari egli è stato capace di guardare criticamente alle disposizioni legislative obsolete ed inefficaci, sopratutto, alla assoluta insufficienza ed inefficienza dei controlli. Riconosce e mette in guardia dalle spaccature che si vengono a creare in seguito all'incapacità del potere legislativo di mantenere il. passo con l'evoluzione delle situazioni in campo economico ... Tartaglione non ha timore di additare le responsabilità a livello politico" e suggerisce i rimedi contro questo stato di cose. "Senza rinunziare alle sanzioni penali, ma tenendo conto della tendenza verso la depenalizzazione, propone di definire meglio e più dettagliatamente le fattispecie criminose che coinvolgono chi ha una qualsiasi ingerenza nell'assegnazione e nell'erogazione di finanziamenti e di agevolazioni creditizie e chi si procura benefici di questo genere...".

E, forse, non è inopportuno sottolineare come furono la cultura della giurisdizione e la passione per le sue funzioni di magistrato a indurre lo stesso Tartaglione - in un Convegno tenutosi a Venezia un anno prima della sua morte - ad affrontare anche il complesso terna dei rapporti tra giustizia e politica indicando quella che, a suo avviso, era la via maestra di ogni giudice o pubblico ministero: "Gli indirizzi degli inquirenti nella scelta di alcune piste sono spesso condizionati da pregiudiziali politiche, con effetti sconcertanti per l'opinione pubblica, per la perdita di tempo prezioso nelle investigazioni e per i costi esagerati di attività indaginose condotte in senso sbagliato. Il magistrato deve attenersi esclusivamente ai valori che sono enunciati esplicitamente o chiaramente individuati come informatori delle norme positive; deve essere capace di operare un lavoro di depurazione della propria cultura, mettendo da parte ubbie personali, pregiudizi di casta o simpatie ideologiche".



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