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8 novembre 2025

Proposta di iniziativa a tutela del prestigio della funzione giudiziaria e contro il pregiudizio di genere

Approvato all'unanimità dal Cdc

Nel 2023 numerose sono state le iniziative di celebrazione per i 60 anni della legge n. 66 del 9.2.63 che aprì le porte della magistratura alle donne, proseguendo il faticoso cammino iniziato oltre quindici anni prima dall’Assemblea Costituente.


Fu una conquista straordinaria, se si pensa al contesto culturale dell’epoca, ma siamo pienamente consapevoli del fatto che non si è trattato di un punto di arrivo, quanto piuttosto della tappa di un percorso, che punta a realizzare l’effettiva e piena parità di genere innanzitutto attraverso il contrasto alla cultura del pregiudizio secondo il quale le donne sarebbero inadeguate all’esercizio della funzione.


Si tratta di un pregiudizio che, nella nostra società del politically correct, emerge carsicamente ma che, nelle pagine 51 e seguenti della XXI edizione del manuale di diritto privato del prof. Francesco Gazzoni – edito da ESI e pubblicato il 15.1.24, a neppure un anno di distanza dal 60^ anniversario di quella conquista – è emerso in tutta la sua nettezza e in tutta la sua violenza.


L’autore (nel contesto di un attacco a tutto campo contro la magistratura) scrive, tra le altre amenità, che “i magistrati appartengono in maggioranza al genere femminile, che giudica non di rado in modo eccellente, ma è in equilibrio molto instabile nei giudizi di merito in materia di famiglie e figli”, riportando indietro di oltre 60 anni l’orologio della storia del nostro Paese.


Sappiamo che il CDC a settembre del 2024, a caldo, ha deciso di soprassedere e di non adottare alcuna iniziativa, noi crediamo però che la discussione vada riaperta e che l’ANM non possa e non debba restare inerte.


Tanti di noi hanno studiato sul manuale del prof. Gazzoni, che è stato ed è per molti studenti uno straordinario strumento di preparazione.


Crediamo che la libertà di insegnamento tutelata dall’art 33 della Costituzione sia un pilastro della nostra società e nutriamo enorme rispetto verso la saggezza che discende dall’esperienza.


Crediamo che in democrazia la critica anche feroce dei pubblici poteri – compreso quello giudiziario che si esplica nei provvedimenti – sia oltre che un diritto, un dovere di ogni cittadino e che la censura va avversata fermamente.


Crediamo, però, che il limite della critica legittima sia stato ampiamente superato.


L’attacco sessista – inserito peraltro nel contesto di una delegittimazione ben più profonda dell’azione giudiziaria della magistratura – è particolarmente grave in quanto contenuto nelle pagine di un manuale di diritto, destinato alla formazione di una vasta platea di studenti universitari e alla preparazione di laureati che aspirano a diventare avvocati e magistrati.


Crediamo anche che, a fronte di un attacco di tale portata – tale da inoculare nelle giovani generazioni di giuristi il virus del disprezzo della funzione giudiziaria e del pregiudizio verso le donne – le reazioni di sdegno affidate a interviste e comunicati destinati all’oblio nel volgere di pochi giorni, non siano sufficienti. Né la strada, a nostro parere, può essere quella del lasciar perdere, non per spirito polemico, ma perché un manuale di diritto è destinato a durare degli anni e non lo spazio di un mattino, a differenza di certi quotidiani.


Secondo noi è invece doveroso agire in maniera più incisiva contro la cultura del pregiudizio e in difesa del prestigio della funzione giudiziaria – di cui siamo custodi e non titolari – con l’unico strumento che in uno Stato democratico è consentito, vale a dire l’esercizio dell’azione giudiziaria garantito dall’art. 24 della Costituzione.


Condividendo l’indicazione che proviene dalla commissione per le pari opportunità, crediamo pertanto che occorra:


- inviare all’editore e all’autore una lettera di messa in mora, volta a interrompere i termini di prescrizione e a richiedere contestualmente la rimozione delle parti del testo lesive del prestigio della funzione, nonché il ritiro delle copie non ancora distribuite o vendute;


- in caso di mancato riscontro, avviare ai medesimi fini un’azione civile volta a ottenere anche il risarcimento del danno da devolvere, in caso di accoglimento della domanda, ad associazioni impegnate nella lotta alla violenza di genere e al Ministero della Giustizia, affinché lo investa in progetti per il recupero e il miglioramento delle condizioni dei detenuti.


Se tali iniziative non dovessero avere esito favorevole, anche noi avremo comunque lasciato un segno indelebile.


Chiediamo pertanto che il CDC dia mandato alla GEC di procedere in tal senso.



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