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18 marzo 2013

In ricordo di Girolamo Minervini

Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, assassinato dalle Brigate Rosse


Girolamo-Minervini.jpg  Girolamo Minervini

Girolamo Minervini
(Molfetta, 4 maggio 1919 - Roma, 18 marzo 1980)
Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena assassinato dalle Brigate Rosse

«Abbiamo giustiziato noi Girolamo Minervini. Seguirà comunicato. Qui Brigate Rosse». Con queste poche parole, inviate all'Ansa e al quotidiano "La Repubblica", il commando delle Br della "colonna Romana" rivendica l'attentato terroristico ai danni del magistrato nato a Molfetta, in Puglia, nel 1919. Dalle indagini e dal processo risulterà che il piano era pronto da tempo. I brigatisti, dopo aver pedinato Minervini per diversi giorni, puntano al bus 99 su cui sale ogni mattina per raggiungere il luogo di lavoro.

Sono le 8.30 del 18 marzo 1980; dopo quattro fermate il mezzo giunge a quella di via Ruggero di Lauria. La vettura rallenta, le portiere non sono ancora aperte. È il momento dell'azione. Il terrorista con il compito di far fuoco estrae una pistola silenziata, la rivolge contro il magistrato e spara. I passeggeri urlano e fuggono verso le uscite; l'assassino perde il controllo e spara tra la folla ferendone alcuni. Appena un mese prima, il 18 febbraio 1980, alla Sapienza era stato ucciso Vittorio Bachelet, il Vice Presidente del CSM.

Girolamo Minervini entra in magistratura nel 1943. Dal 1947 al 1956, viene assegnato al Ministero della Giustizia, Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. Passa poi alla Procura generale della Cassazione. Nel 1968 viene nominato magistrato segretario presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Nel 1973, dopo aver svolto servizio per un breve periodo presso la Corte di Appello di Roma, fa ritorno al Ministero della Giustizia con funzioni di capo della segreteria della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. È redattore della rivista "Rassegna studi penitenziari", segretario della sezione di Criminologia del centro nazionale prevenzione e difesa sociale, condirettore di "Giustizia e Costituzione" Il 17 marzo, il giorno prima della morte, diviene Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena.

Il Dott. Minervini sapeva che il suo nome era stato trovato in una lista custodita in un covo brigatista e sentiva che la sua vita era legata a un filo che presto si sarebbe spezzato. Lucidamente ne aveva parlato a suo figlio Mauro che, in una breve nota sul padre, ha detto: "Il 16 marzo 1980, di ritorno da Brescia, ove era stato per il trigesimo della morte di mio nonno, mi venne a trovare. Meglio, venne a trovare, nell'ordine, la nipote Sara e me. Mi confermò che ormai la nomina a Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena era certa e che, in tal caso, lo era quasi altrettanto l'esecuzione della sentenza di morte da parte delle Br. Mi illustrò ove fosse la polizza assicurativa e quali fossero le provvidenze per mia madre, alla quale mi chiese di stare vicino. Per l'ultima volta discutemmo della questione. Con toni molto pacati e tranquilli mi chiarì che "in guerra un Generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore" e che in fin dei conti non era lui tipo da morire d'influenza. ( ...) A mia moglie diede affettuosamente sulla voce quando saltò fuori un cenno alla pena capitale. Credo di averlo mandato a quel paese". Il giorno successivo al colloquio con il figlio, il Presidente del Consiglio Cossiga, confermerà la nomina di Minervini a nuovo direttore degli istituti penitenziari. Già da tempo, il questore di Roma aveva insistito per assegnargli una scorta, ma Minervini aveva rifiutato: "E inutile, non intendo far ammazzare tre o quattro ragazzi".

Il figlio Mauro ama ricordarlo così: "Dotato di un humour vivacissimo amava scherzare, "sfottere" ed "essere sfottuto". I suoi vecchi amici, e lui stesso, mi raccontavano di scherzi da antologia. Delle tante ragazzate che, fortunatamente, ho avuto modo di fare non mi ha mai rimproverato che per dovere parentale. Era una di quelle persone abbastanza serie da non aver bisogno di prendersi sul serio più del minimo indispensabile. Era drasticamente interdetto a chiunque, salvo che alla piccolissima nipote a puro titolo di sfottò, chiamarlo Eccellenza; "giudice", diceva, è un termine che identifica una funzione di così grande rilevanza da non essere sostituibile. Del proprio ruolo era fierissimo; credo che tra i pochi veri dispiaceri che gli ho inflitto, il più grande sia stato quello di essermi ritirato dal concorso in Magistratura. Però fu contento quando si accorse che in Banca, appena entrato, guadagnavo quasi quanto Lui, che portava (in teoria) l'ermellino. In famiglia, lo vedevamo poco... I suoi numerosi impegni, lo tenevano fuori casa 15 o 16 ore al giorno. In compenso, non gli rendevano una lira. Quando morì aveva una bella casa - di cooperativa, col mutuo ancora da pagare per un paio di lustri - un milione in banca ed una Volkswagen degna di uno studente fuori corso. Ed un patrimonio, dentro, che spero di aver ereditato seppure in minima parte. La mattina del 18 marzo, in autobus e senza scorta, andò a fare la sua parte, senza chiedersi se l'avessero fatta anche gli altri. Sul volto, da morto, aveva l'espressione serena di sempre.

Tratto dalla pubblicazione del Csm "Nel loro segno".



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