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1 marzo 2014

Relazione introduttiva del Presidente Sabelli alla riunione del CDC

Cari Colleghi, le vicende degli ultimi giorni – mi riferisco alla crisi di Governo e alla nascita del nuovo Esecutivo, introducono motivi di riflessione non previsti al momento della convocazione della riunione di oggi. Fermo restando l’ordine degli argomenti all’ordine del giorno, mi soffermo anzitutto, sinteticamente, su alcuni argomenti di carattere più tecnico e in parte formale, per poi affrontare con voi una riflessione su temi più ampi, approfittando anche della presenza della stampa. Alla stampa chiedo quindi di pazientare qualche minuto, prima di arrivare agli argomenti che, immagino, sono per voi di maggiore interesse.



  • Punto 3.: Marcello Bortolato, direttore della rivista, con la collaborazione dei colleghi della redazione, ha avviato l’attività diretta a dare nuova vita al nostro periodico “La Magistratura”. Abbiamo dovuto nominare un nuovo direttore responsabile, essendo decaduta la carica del direttore precedente, e lo abbiamo fatto nella persona della responsabile del nostro ufficio stampa Rosa Polito, che, come sempre, ci ha offerto la sua preziosa disponibilità, dovendo trattarsi di un giornalista professionista. Vi chiediamo quindi di volere approvare questa scelta.



  • Punto 4.: Si tratta di una questione di rilievo, cioè l’attribuzione dei resti all’esito delle elezioni della giunta sezionale di Napoli. Il collegio dei probiviri ha ritenuto che tale attribuzione vada fatta considerando anche le liste che non abbiano raggiunto il quoziente pieno, a differenza della decisione adottata dall’ufficio elettorale sezionale. Vi chiediamo di pronunciarvi su tale decisione del collegio, anche allo scopo di fornire un indirizzo interpretativo che prevenga per il futuro incertezze e difformità.

  • Punto 5.: L’organizzazione delle c.d. primarie sta procedendo senza particolari difficoltà. Sono già state stampate le schede elettorali, che saranno a breve distribuite alle giunte sezionali. Le sezioni non hanno finora segnalato problemi, salvo qualche dubbio di carattere operativo, immediatamente risolto.

  • Punto 8.: La collega Picardi, alla luce delle osservazioni formulate dal collegio dei probiviri all’esito dei rilievi insorti sull’elezione della giunta sezionale di Catanzaro, ha sollevato la scorsa volta il problema delle previsioni statutarie in tema di quote di genere e dell’eventuale necessità di adottare una modifica dello statuto. Ovviamente, le modifiche statutarie possono essere approvate solo dall’assemblea dei soci. Mi chiedo però se la questione sollevata non possa invece essere risolta, ragionevolmente, in via interpretativa, riportandoci al principio, di carattere generale, di favore verso una rappresentanza di genere la più ampia possibile.


Vengo ora agli altri punti dell’ordine del giorno, che vorrei sviluppare attraverso un percorso ragionato insieme con voi.
La novità di questi giorni è stata, come dicevo, la crisi di governo e la nascita dell’Esecutivo Renzi. Quanto alla scelta del Ministro della Giustizia e alle indiscrezioni giornalistiche che l’hanno accompagnata, non ci compete discutere di nomi, piuttosto ci compete discutere di principi generali. Oggi l’attenzione, al di là di queste discussioni sui principi, deve però essere riservata soprattutto alle idee, ai programmi, agli impegni di riforma in materia di giustizia. E vengo qui ai temi all’ordine del giorno di oggi.
Nelle ultime settimane sui giornali e nel dibattito pubblico si è parlato poco di giustizia. In effetti se ne è ricominciato a parlare nei primi giorni di vita del nuovo Governo. Nel discorso che egli ha fatto al Senato, il Presidente del Consiglio ha toccato il tema dello stato indecoroso della giustizia civile, ha ricordato la necessità di rafforzare nei cittadini la fiducia nella giustizia penale e ha annunciato riforme entro pochi mesi. Il Ministro Orlando, in alcune interviste dei giorni scorsi, ha affrontato alcuni temi specifici: l’organizzazione, l’adeguatezza del personale amministrativo, l’informatizzazione, la condizione delle carceri, le riforme processuali e sostanziali.
Tuttavia, in Commissione Giustizia del Senato prosegue a tappe ravvicinate l’esame dei disegni di legge 315, 374 e 1070, in tema di responsabilità civile dei magistrati. Si va dall'introduzione dell'azione diretta, all’efficacia di giudicato della sentenza pronunciata contro lo Stato in sede di rivalsa e di giudizio disciplinare, all'ampliamento dei casi di responsabilità, tanto per fare solo qualche esempio. E’ un esame silenzioso, visto che non siamo stati invitati a esprimere il parere, e risulta già fissato il termine per emendamenti. Vedremo quali saranno gli emendamenti e quale sarà il parere e quale sarà la determinazione del Governo davanti a questa e davanti ad altre simili proposte, che, a fronte di una situazione di inefficienza della giustizia – non certo per colpa della magistratura – anziché rafforzare il contrasto alla corruzione, alla criminalità organizzata, alle molte forme di illegalità dilagante, rischiano di deprimere ulteriormente il sistema, .
Chiediamo invece al legislatore e all’Esecutivo di affrontare i veri problemi della giustizia. Vengo quindi all’esame del primo punto all’ordine del giorno, quello dedicato alle riforme.
Anzitutto il tema dell’organizzazione. Sono circa diciassette anni che non vengono banditi concorsi per l’assunzione del personale amministrativo. L’organico è passato, dai 52.000 dipendenti degli anni ’90 (a fronte di circa 7.500 magistrati) ai circa 36.400 dipendenti di oggi (a fronte di oltre 9.000 magistrati). C’è poco da sperare nella mobilità dalle amministrazioni centrali, mentre per la mobilità dagli enti locali mancano perfino gli strumenti normativi. In queste condizioni già adesso non siamo più in condizioni di assicurare, ad esempio, l’esecuzione tempestiva delle sentenze e la presenza in udienza dei cancellieri, per non dire degli uffici di sorveglianza, gravati degli adempimenti richiesti dal decreto carceri, che, ad esempio, hanno visto un aumento medio delle istanze di liberazione anticipata del 100%. Il personale in servizio ancora attende una seria riqualificazione. Il settore giustizia non può essere trattato nella massa del comparto Ministeri: occorre realizzare un vero e proprio comparto giustizia, sul modello del comparto sicurezza, perché sicurezza e giustizia sono complementari fra loro.
Riforma della geografia giudiziaria: al piano di soppressione e accorpamento degli uffici, da noi giudicato molto favorevolmente, purtroppo non è a tutt’oggi seguita una seria revisione delle piante organiche dei magistrati e del personale.
Le visite agli uffici giudiziari che abbiamo fatto finora in Sicilia, in Puglia e in Veneto hanno rivelato condizioni di lavoro insostenibili: difficoltà a gestire i processi di criminalità organizzata e il flusso crescente degli immigrati; lo stato indecoroso di molti palazzi di giustizia, come a Bari; organici gravemente inadeguati e con vuoti enormi, come a Vicenza: a fronte di una profonda trasformazione dell’economia del Veneto abbiamo ancora piante organiche da realtà contadina. A breve andremo anche in Campania, dove suscitano grave allarme la situazione di Napoli Nord e gli effetti che l’istituzione di questo Tribunale ha prodotto sugli altri uffici.
E poi l’innovazione e l’informatizzazione. A partire dal 30 giugno 2014 per il giudice sarà obbligatorio depositare i decreti ingiuntivi esclusivamente con modalità telematiche; lo stesso varrà anche per i ricorsi per ingiunzione e per gli atti endoprocessuali. Alla diffusa preoccupazione sull’adeguatezza delle risorse, dell’assistenza, della formazione, si aggiunge, almeno in alcune realtà, la mancata presa in carico nel sistema SICID di migliaia di cause civili. Occorrono interventi urgenti e un attento monitoraggio, per non perdere questo primo appuntamento storico con l’informatizzazione. Ieri la Giunta centrale ha approvato e diffuso un documento dedicato al PCT, al quale mi riporto.
Nel settore penale la situazione è terribilmente arretrata: il nuovo registro informatico si diffonde a macchia di leopardo, le notifiche ancora avvengono con sistemi ottocenteschi, la gestione informatica degli atti è rimessa all’iniziativa dei singoli uffici, che hanno elaborato sistemi diversi, spesso non compatibili fra loro.
E’ chiaro che l’innovazione non è soltanto questione di hardware e di software, così come l’obiettivo non è certo quello di risparmiare sul personale. Come abbiamo scritto nel nostro documento di ieri, occorre andare oltre la prospettiva di una semplice trasposizione informatica degli atti cartacei e realizzare protocolli che promuovano l’elaborazione di modelli pensati per il digitale. L’informatizzazione deve diventare l’occasione per un investimento sulla qualità.
Quanto all’ufficio del giudice, ancora non ve n’è traccia, salvo quell’abbozzo che sono gli stages formativi.
Veniamo alla giustizia civile: tutti concordano che il suo buon funzionamento è essenziale per il rilancio dell’economia, ma in questo settore non sono stati fatti investimenti e interventi seri per abbattere l’arretrato che la soffoca, a fronte di carichi di lavoro e di una produttività individuale dei magistrati che sono fra i più elevati d’Europa.
Nel settore penale attendiamo gli effetti della riforma su messa alla prova e sospensione del processo agli irreperibili, che dovrebbero essere di entrata in vigore imminente ma non bastano: occorrono riforme che snelliscano le procedure e le liberino da formalismi bizantini buoni solo a generare inutili nullità; occorrono la riforma del sistema delle impugnazioni. Vedremo come il Governo eserciterà la delega in materia di depenalizzazione e di irrilevanza penale del fatto.
Di riforma della prescrizione ancora non si parla concretamente, nonostante gli studi prodotti dalle commissioni ministeriali, nonostante il Consiglio d’Europa ci abbia invitato a rivedere la disciplina della prescrizione in materia di corruzione, nonostante sia noto che il sistema attuale è stimolo all’inefficienza. Analogamente per la falsità in bilancio, dove vanno “rottamate” le riforme del 2002 e del 2005, e l’autoriciclaggio, che ancora attende una disciplina soddisfacente. Si torna invece a parlare, come dicevo, di riforma della responsabilità civile e vi è chi di nuovo invoca anche la separazione delle carriere e una nuova disciplina delle intercettazioni, tutte cose notoriamente… essenziali per restituire efficienza alla giurisdizione! Credo che l’ironia sia evidente.
Occorre ripensare gli strumenti di lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, in un panorama deprimente di illegalità diffusa.
Il decreto carceri costituisce soltanto una misura tampone e la situazione delle carceri richiede interventi ulteriori, anche sulla struttura degli edifici.
Abbiamo chiesto al Ministro Orlando un incontro, che è già stato fissato per la mattina di giovedì 6 marzo, e questi sono principalmente i temi che vorremmo sottoporgli e queste sono le richieste che vorremmo rivolgergli. Le sottoponiamo all’attenzione del Cdc per ogni suggerimento o integrazione.
Peraltro, su questi argomenti abbiamo già sviluppato una riflessione approfondita, con l’elaborazione di proposte di riforma per la giustizia, che vogliamo adesso aggiornare, col contributo delle nostre commissioni di studio.
A fronte della condizione di grave difficoltà nella quale noi lavoriamo, viene richiesto ai magistrati uno sforzo lavorativo che ci colloca per produttività ai livelli più alti in Europa. Noi l’impegno l’abbiamo messo e continueremo a metterlo, i nostri dirigenti promuovono la diffusione delle buone prassi, ma il rimedio non può essere nel ribaltamento individuale degli sforzi e delle responsabilità, per di più sotto minaccia di sanzioni disciplinari e di azioni di responsabilità civile. La scelta qui è fra un modello di magistrato burocrate, volto a ridurre il livello della propria esposizione e a sottrarsi alle responsabilità, e la realizzazione di un sistema efficace, fondato su modelli costruiti sul principio della buona organizzazione collettiva, che promuova un’efficacia basata non sul timore della sanzione ma sulla partecipazione a un progetto condiviso.
E’ in questa prospettiva che, a nostro parere, vanno considerati anche i temi della valutazione del magistrato, dei carichi esigibili e della responsabilità. E’ chiaro che la capacità di lavoro non è illimitata e noi abbiamo raggiunto ormai, nella stragrande maggioranza dei casi, il limite massimo: sono le statistiche europee a dirlo, non io.
Tuttavia, il tema del buon funzionamento della giustizia non può essere affrontato concentrandoci anzitutto se non in via esclusiva sui carichi esigibili, perché sarebbe un atteggiamento difensivo; perché non possiamo risolvere il problema dicendo ai cittadini: questi diritti non li tuteliamo, perché questo impegno va oltre le nostre capacità. L’approccio crediamo che debba essere diverso: noi dobbiamo anzitutto pretendere da chi fa le leggi e da chi ha la responsabilità del servizio giustizia le risorse umane e materiali adeguate e interventi decisi nel settore dell’innovazione; noi dobbiamo metterci il buon impiego delle risorse, un’organizzazione efficace, il massimo impegno individuale. Ed è a questo punto che arriviamo ai carichi esigibili e agli standard di rendimento: che toccano i profili della responsabilità disciplinare, che non può essere senza limiti e che deve recuperare il concetto del limite oltre il quale l’impossibile non può essere richiesto; che toccano i meccanismi di valutazione della nostra professionalità. Un magistrato che lavora con l’ossessione dei ritardi e degli errori dovuti a carichi insostenibili e a condizioni di lavoro inaccettabili rischia di trasformarsi in un burocrate. Il rispetto dei tempi ragionevoli di un processo civile non può essere assicurato – tanto per fare un esempio – dal rispetto di un calendario del processo imposto con la minaccia di una condanna disciplinare. Questo non vuol dire affatto rinunciare all’efficacia della giurisdizione. Significa invece, come dicevo prima, promuovere anzitutto la buona organizzazione, la diffusione delle buone prassi, l’adesione a un progetto condiviso, a un impegno individuale che non può non confrontarsi con le condizioni concrete di lavoro ma che non rinunci alla dignità, al decoro e alla bellezza della nostra funzione.



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