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10 maggio 2014

Relazione presidente Sabelli al 18° convegno nazionale dell'Associazione Dirigenti Giustizia

"Persone e tecnologie. Da dove partire per migliorare il servizio giustizia". Ancona, Salone della Loggia dei Mercanti.

Premessa
Desidero anzitutto ringraziare l’Associazione dei Dirigenti Giustizia per l’invito. Se è ovvia la considerazione circa lo stato largamente insoddisfacente dell’amministrazione della giustizia, meno scontata è l’individuazione dei rimedi. Spesso, infatti, si è creduto di poter risolvere le disfunzioni soltanto con riforme delle regole processuali o delle leggi sostanziali, riforme che qualche volta catturano facilmente l’attenzione dei mezzi di informazione, ma non di rado si sono dimostrate sbagliate e produttive di cattivi risultati. Finalmente, oggi comincia a radicarsi l’idea che la soluzione non possa fare a meno di interventi strutturali sull’organizzazione dei servizi e sull’innovazione del sistema. E’ un argomento sul quale l’ANM insiste da anni, invocando una profonda ristrutturazione dell’organizzazione e un intervento più deciso nel campo dell’informatizzazione. Questa necessità l’abbiamo ribadita in occasione degli incontri, anche recenti, che abbiamo avuto col Ministro della Giustizia e fa piacere constatare che essa abbia trovato ampio spazio nella relazione che il Ministro Orlando ha illustrato lo scorso 23 aprile alla Commissione Giustizia del Senato, in cui il tema dell’organizzazione è stato collocato fra le priorità.
Organizzazione, innovazione e investimenti
Non a caso parlo di organizzazione e di innovazione insieme, perché gli interventi non possono che procedere congiunti. Ovviamente occorrono investimenti rilevanti. Lo dico subito perché so che le migliori intenzioni si infrangono contro la scure dei tagli di spesa. Quello della spesa, però, non è mai solo un tema finanziario, direi anzi che è un tema, prima che finanziario, anzitutto e soprattutto politico. Che si viva in tempi di vacche grasse o di vacche magre, le risorse non sono mai illimitate e dunque il problema del loro impiego è sempre un problema politico di scelta. Del resto, da quando è cominciato questo periodo di depressione economica? Da sei, da sette anni? Il blocco delle assunzioni del personale amministrativo dura da un tempo assai più lungo. Sappiamo bene che questa è una situazione che affligge tutta la pubblica amministrazione ma non si può dimenticare che il settore giustizia, insieme con quello della sicurezza, che ad esso è intimamente legato, rientra fra le strutture strategiche dello Stato.
Dunque, quando parliamo di risorse, affrontiamo, come dicevo, un problema politico, ma anche un problema di cultura politica, perché le risorse destinate alla pubblica amministrazione dovrebbero essere considerate un investimento e non costi da tagliare, come invece purtroppo spesso avviene. Gli investimenti vanno indirizzati verso un duplice obiettivo: investimenti sulle persone (parlo di “persone” perché poco mi piace l’espressione "risorse umane") e investimenti sugli strumenti del nostro lavoro e quindi sull'innovazione e sull'informatizzazione. Con la precisazione che l'informatizzazione deve mirare al miglioramento della qualità del servizio reso e non deve, invece, essere considerata un mezzo per "risparmiare" sul personale o sulle risorse dell'organizzazione. Il risparmio deve venire piuttosto dalla resa di un servizio di qualità alta e dalla eliminazione delle inefficienze e quindi degli sprechi: perché un euro usato male è uno spreco, un milione impiegato bene è un investimento.
Il personale: gli organici e la formazione
Sul personale vorrei aggiungere qualche altra considerazione. Anzitutto, i nostri collaboratori meritano un riconoscimento più adeguato e più concreto del valore, del decoro e della infungibilità del loro ruolo. I magistrati e i dirigenti devono avere con sé collaboratori qualificati e in numero adeguato agli impegni crescenti. Il personale è oggi chiamato a far fronte a carichi insostenibili, a fronte invece di un blocco del ricambio naturale che dura ormai da troppo tempo. Un blocco al quale si è cercato recentemente di porre rimedio col ricorso alla mobilità, la quale, però, a parte un prevedibile scarso successo numerico, solleva il problema dell'innesto di questo personale in un settore diverso da quello di provenienza e fa sorgere dunque la necessità del loro aggiornamento professionale e della omogeneizzazione dell’inquadramento e del trattamento. Al tema dell’adeguatezza degli organici si aggiunge quello della formazione del personale, chiamato a vere e proprie “sfide” su un percorso che, ci auguriamo, porterà a una trasformazione profonda del funzionamento del servizio giustizia; un servizio che dovrà avvalersi sì di strumenti nuovi, ma che resterà pur sempre affidato agli uomini, ai quali saranno richiesti un impegno e una professionalità sempre crescenti.
L’informatizzazione: il quadro normativo…
Il tema dell’informatizzazione investe anzitutto la responsabilità del Governo e, in particolare, del Ministero della Giustizia, perché, in questo settore, il quadro normativo è già assai avanzato: l’ingresso del Codice dell’amministrazione digitale (CAD) nell’ordinamento processuale civile e penale, realizzato col DL n. 193 del 2009, è stato implementato col DM n.44 del 2011 e con le leggi n. 183 del 2011 e n. 221 del 2012. Ciò non toglie che siano necessarie ulteriori estensioni normative dello strumento informatico, specie nel processo penale, dove, ad esempio, la sentenza Cass. pen., sez. 3, 11.2.2014, n.7058 ha indicato i limiti del valore legale del mezzo telematico nelle comunicazioni trasmesse dalle parti private.
… e i profili operativi
Il problema, dunque, riguarda oggi prevalentemente il piano esecutivo e vede situazioni non omogenee nel settore civile e in quello penale. Fra poche settimane, il processo civile telematico (PCT) sarà finalmente una realtà nei procedimenti monitori e nel deposito degli atti endoprocessuali. A questa scadenza dobbiamo arrivare ben preparati, in vista della futura estensione dell’informatica all’intero settore civile. Più arretrata, purtroppo, è la situazione del processo penale, dove ancora si attende la completa realizzazione del nuovo sistema informativo di gestione dei registri penali (SICP), presupposto indefettibile dell’adozione generalizzata e – si spera – omogenea in tutti gli uffici giudiziari degli strumenti di informatizzazione degli atti.
La scelta – obbligata – dell’informatica è una vera rivoluzione, perché essa incide sulle stesse modalità del nostro lavoro e della nostra organizzazione. Anche le forme di redazione degli atti non potranno restare indenni da questa trasformazione – del resto l’evoluzione in parte l’abbiamo già vissuta quando si è passati dall’uso della penna o della macchina da scrivere o della videoscrittura al computer – ed è lecito attendersi, soprattutto nella fase di avvio, difficoltà, resistenze e voci critiche: occorrerà ascoltare queste voci ma anche resistere ai pregiudizi culturali. Dobbiamo dunque giungere a questo appuntamento ben pronti, consapevoli, del resto, che è soltanto il primo tratto di un lungo cammino, che giungerà, anche se in tempi oggi forse non prevedibili, all’adozione generalizzata, in ogni settore, di atti digitali nativi.
Conclusioni
Dunque, riassumendo, occorrono investimenti che realizzino l’adeguamento degli organici del personale alle necessità concrete, investimenti sulla formazione e qualificazione dei nostri collaboratori e un forte impegno nello sviluppo degli strumenti informatici, i quali richiedono una rete efficiente, macchine e programmi aggiornati, un’assistenza tempestiva e affidabile. Non si possono però richiamare le competenze altrui senza ricordare anche i doveri propri. Magistrati e dirigenti sono infatti chiamati a un impegno speciale, che deve rivolgersi anzitutto alla buona organizzazione e al buon impiego delle risorse che a noi sono affidate; un impegno che, però, sarebbe riduttivo definire, come talvolta accade, soltanto in termini di “managerialità”, espressione che richiama l’efficienza imprenditoriale ma che lascia in ombra lo speciale valore della funzione che noi esercitiamo e che è la giurisdizione. Una funzione che non può arrestarsi nei confini di una visione economicistica, che trascurerebbe la sostanza del nostro lavoro. Certamente, come dicevo, un dirigente deve essere un ottimo organizzatore e va sottolineato che una giustizia efficiente è anche una risorsa produttiva, per i benefici diretti che ne vengono e per gli effetti che si ripercuotono favorevolmente sull’andamento generale dell’economia. A me, però, piace, in conclusione, ricordare il valore che la legalità possiede in se stessa e la sostanza profondamente umana sulla quale noi operiamo; una sostanza che è fatta anche di diritti trascurati o offesi, talvolta perfino di drammi individuali o sociali e della sofferenza piccola o grande di chi da noi attende giustizia. Ed è proprio questa richiesta di giustizia che richiama tutti – legislatore, potere esecutivo, magistratura, dirigenza, l’intera amministrazione – al dovere della comune responsabilità. Vi ringrazio per l’attenzione.



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