L'ANM è l'associazione cui aderisce circa il 90%
dei magistrati italiani. Tutela i valori costituzionali, l'indipendenza e l'autonomia della magistratura.
    

5 febbraio 2013

Lecce, inaugurazione anno giudiziario 2013

Intervento del Presidente della Sezione Distrettuale ANM di Lecce

Signor Presidente,
Signor 
Procuratore Generale,
Autorità e colleghi,
signore e signori,
intervengo in rappresentanza dell'ANM del distretto di Lecce che, quale Presidente della Giunta distrettuale, mi onoro di rappresentare.


Già lo scorso anno, in questa stessa sede, ebbi a evidenziare come col c.d. "governo dei tecnici" il clima dei rapporti fra politica e magistratura sembrava rasserenarsi. Così, in effetti, è stato lungo il corso dell'anno e bisogna dare atto al Ministro Severino che, diversamente dai suoi ultimi predecessori, ha sempre cercato il dialogo con l'ANM e con il CSM.


Purtroppo la campagna elettorale in corso sembra aver azzerato i "progressi" segnati in questo specifico settore della vita pubblica, se è vero - come è vero - che la Magistratura è stata - ed è - di nuovo fatta bersaglio di velenosi attacchi, di delegittimazioni a getto continuo, di accuse calunniose ed infamanti. E non solo la Magistratura penale - com'era fino a qualche anno fa - ma anche i Giudici civili, dal momento che alcune colleghe del Tribunale di Milano, colpevoli evidentemente di aver emesso una decisione non gradita, sono state apostrofate come "giudicesse, donne, femministe e comuniste", dove l'offesa, nell'intenzione dell'autore, sta soprattutto nei primi due sostantivi, "Giudicesse e, per giunta donne", più che nei successivi aggettivi. Perfettamente in linea - direi - con le discriminazioni di genere che ancora allignano nel nostro Paese, confermate dai volgari apprezzamenti e dai servizi giornalistici, per così dire "particolari", che hanno attinto la collega Boccassini e, ancora prima, nella scorsa estate, una collega seria e rigorosa come Patrizia Todisco, GIP del Tribunale di Taranto, cui era toccato in sorte di occuparsi della vicenda ILVA.


Vicenda, questa, al limite del grottesco e, tuttavia, gestita in maniera esemplare dai colleghi che se ne sono occupati, assolutamente rispettosi della Legge e della Costituzione, al contrario dei tanti esponenti della politica, dell'industria e delgiornalismo che si sono lasciati andare a continue e ripetute mistificazioni. Perché un dato è certo: se si è giunti all'assurda contrapposizione fra diritto alla salute e diritto al lavoro, la colpa non è certo dei Magistrati - che si sono limitati solo a fare il loro dovere - ma di chi, negli anni, ha consentito all'ILVA di pretendere e di imporre il primato della produzione sulla persona, di depredare la manodopera alle campagne, alla pesca,all'artigianato per lasciare sul territorio solo veleni, diossina, polveri e morte. In questo contesto è stata varata una legge - l'ennesima - ad personam, anzi ad aziendam, che opportunamente i colleghi di Taranto hanno rinviato al giudizio della Corte Costituzionale. Vedremo quale sarà il Giudizio della Corte, rispettosi, come sempre, delle sue decisioni.


Ma l'anno trascorso ci ha portato anche importanti riforme in materia di giustizia. Prima fra tutte la riforma della geografia giudiziaria,  con la soppressione di 31 tribunali e di tutte le sezioni distaccate (oltre che di numerosi Uffici del Giudice di pace). Una riforma, quella dellageografia giudiziaria, da sempre invocata dalla magistratura associata, dal momento che l'attuale dislocazione dei Tribunali risale alla seconda metà dell'ottocento, quando ancora si andava a cavallo. 


E tuttavia, probabilmente a causa di funesti localismi, sempre presenti, la riforma non ha, probabilmente, tenuto nel debito conto talune situazioni particolari che, forse, meritavano maggiore attenzione. Soprattutto - noi riteniamo - andava e va valutato attentamente l'impatto sul territorio, facendo in modo che la riforma non si risolva in un boomerang.


In particolare, con riferimento alla situazione del nostro Circondario (parlo per il penale che è il mio settore di competenza), mentre siamo già alla fine di gennaio, non sappiamo ancora dove potremo collocare il personale amministrativo, le strutture, gli archivi delle soppresse sette sezioni distaccate. Soprattutto non sappiamo in quali aule potranno essere tenute le udienze alla ripresa dell'attività, dopo le ferie estive (da un calcolo effettuato, ne occorrerebbero altre 4/5, oltre quelle esistenti), mentre già oggi siamo costretti a rinviare processi o a fissarne di nuovi, da settembre in poi, senza essere in grado di indicare in quale aula gli stessi si celebreranno. Io ritengo che chi, per legge, è chiamato a fornire le necessarie dotazioni strutturali agli Uffici Giudiziari debba urgentemente farsi carico del problema. Anche perché senza la risoluzione delle questioni logistiche riesce difficile approntare quelle inerenti la nuova riorganizzazione del lavoro giudiziario.


Peraltro, se la riforma in parola è finalizzata ad ottimizzare le risorse sul territorio, è certamente opportuno un corretto riordino delle piante organiche del personale di Magistratura, che tenga sì conto della revisione delle circoscrizioni giudiziarie operata dalla legge, ma che - diversamente dal progetto elaborato dal Ministero della Giustizia - non prescinda dalla oggettiva situazione in cui attualmente versano gli uffici Giudiziari, anche a causa del rilevante arretrato che non sempre e non necessariamente dipende dalla neghittosità dei Giudici, quanto da specifiche criticità, il più delle volte dovute a  vuoti d'organico o alla problematicità degli affari trattati. 


Per ragioni di tempo (oltre che di specifica competenza), non dirò nulla sulle modifiche normative riguardanti il settore civile (anche se, probabilmente, è proprio in questo settore che occorrerebbe incidere maggiormente, per rendere più agile e veloce la trattazione delle relative controversie e adottare strumenti idonei ad abbattere l'arretrato, così da restituire effettività alla giurisdizione).


È stata varata, finalmente, la nuova legge anti-corruzione e, così, è stato onorato un impegno in sede europea che l'Italia aveva preso ormai da tempo. Impegno quanto mai indifferibile, se solo si considerano i non commendevoli traguardi raggiunti dal nostro paese nella lotta alla corruzione: 73° posto secondo Transparency International, al pari della Tunisia ma dopo il Ghana. E c'è ancora qualcuno cha ha il coraggio di parlare di "giustizia ad orologeria", dimenticando che, a tacer d'altro, i Consigli regionali delle due più importanti Regioni italiane, sono stati sciolti per fatti di corruzione.


Si è trattato, tuttavia, di un provvedimento poco coraggioso. In particolare ci tocca lamentare la mancata introduzione, nel nostro Ordinamento, del delitto di auto-riciclaggio, tante volte invocato: si è fatto, in tal modo, un grosso favore alle organizzazioni mafiose e a quell'economia che è collaterale al crimine organizzato. Giovanni Falcone - il cui pensiero viene da tutti invocato, ma molto spesso tradito e distorto - sosteneva: "se vuoi davvero colpire la mafia e accertare chi sta dietro ai traffici mafiosi, segui le tracce del denaro". Peccato che di ciò non si sia tenuto debito conto, anche se ci auguriamo che il prossimo governo possa colmare tale lacuna rafforzando l'attività di contrasto alla criminalità organizzata.


Il governo ha provato ad intervenire anche sulla drammatica situazione carceraria. Con il D.L. 211/11 si è affrontato il problema delle c.d. "porte girevoli" e proprio in riferimento a tale normativa la Procura ed il Tribunale di Lecce hanno accentrato nella sede centrale tutti i giudizi con rito direttissimo; il che ha portato, anche a Lecce, ad un discreto aumento di tali giudizi (da 50 a 67) e ad una contrazione degli ingressi seguiti da subitane uscita dal carcere: una misura organizzativa che ha dato una risposta, sia pur flebile, al problema. Che era - e resta - gravissimo (come ha ricordato Lei, sig. Presidente, anche a Lecce). Il carcere è indubbiamente un luogo di pena e la pena, altrettanto indubbiamente, è necessaria per fare giustizia. Quello che è intollerabile è che la pena si trasformi in vera e propria tortura. Una tortura, certo, non esercitata con coscienza, ma pur sempre tale, se - come a Catanzaro - i detenuti  sono costretti a vivere, in quattro e anche più, in una cella di appena sei metri quadri, con letti a castello a tre piani, per cui chi giace in alto si trova a pochi centimetri dal soffitto, che l'opprime, con l'impossibilità di sollevare la testa o col rischio di cadere rovinosamente al suolo; se - come a Poggioreale - i detenuti sono costretti a stare in cella per 22 ore al giorno; se come in tante altre carceri sono privati della possibilità di lavorare, di studiare, di fare sport, perfino di muoversi. Dei "guardatori di soffitti", come molto efficacemente li definisce un detenuto, nel bellissimo film dei fratelli Taviani, "Cesare deve morire".


In questo campo, l'ANM, sia a livello nazionale, sia a livello locale, intende muoversi (lo ha già fatto e continuerà a farlo) - con iniziative pubbliche, convegni, dibattiti  e quant'altro - perché, pur nella indubbia complessità del problema, si faccia qualcosa perché la situazione carceraria sia rispettosa dei principi contenuti nella Carta Costituzionale.


Molto altro ci sarebbe da dire (per esempio, sulla importante decisione della Cassazione in materia di diritti civili, che conferma la sensibilità dei Supremi Giudici nel farsi carico di tematiche che la politica non riesce ad affrontare, come già qualche anno addietro con il caso Englaro; o, per esempio, sulla "fregola" di alcuni colleghi per le candidature politiche, in spregio al codice deontologico dell'ANM: qui probabilmente sarebbe utile un intervento normativo che regolasse l'accesso e, soprattutto, l'uscita dei magistrati dall'agone politico, impedendone il ritorno negli Uffici Giudiziari: il che contribuirebbe, forse, a risolvere anche l'annoso problema dei fuori-ruolo). Molto ci sarebbe da dire, ma il tempo a mia disposizione è scaduto.


Non posso non fare, però, un'ultima breve considerazione.


Nel corso della campagna elettorale in corso, ancora una volta ci tocca di sentire taluni esponenti politici, i quali vorrebbero riscrivere integralmente la nostra Costituzione: lontani anni-luce, quanto a spessore etico e cultura, dai padri Costituenti, nascondono la loro insipienza dietro presunte lacune che si rinverrebbero nella nostra Carta fondamentale, indicata come la causa di tutti i mali che affliggono la nostra democrazia; dimenticando, però,  che la nostra Costituzione è rimasta largamente inattuata e che resta il principale - se non l'unico -presidio del nostro sistema democratico.


Mi pare opportuno, perciò, concludere il mio intervento con una breve poesia, ricordando i  semplici versi che Carlo Gabardini ha dedicato alla Costituzione: "C'è un foglio di carta che dice le leggi e le regole di un gruppo di gente che vive su un suolo comune; c'è un foglio di carta che scrive le norme di convivenza, è un mattone di ferro e di sangue e di terra e di uomini e donne che morti hanno sperato la libertà. È  un mattone sul quale si appoggia il palazzo d'Italia, palazzo che preme, e spinge e scheggia il mattone primario, che resiste a stento; ma tutti si ha da sapere che se cade, se il mattone si sgretola, sfalda, sfarina, allora il palazzo si disfa, e sarà ferro e sangue e terra e uomini e donne che dovranno ancora morire sperando libertà."


Grazie


 



stampa
Stampa

Cerca documenti per...

Data

ANM risponde

Le domande e le curiosità sul funzionamento e gli scopi dell'ANM

Poni la tua domanda


Iscriviti alla newsletter

Resta aggiornato su notizie ed eventi dell'Associazione Nazionale Magistrati